sabato 26 aprile 2014

Ho fatto pace con i lunedì (ma non credo che valga)

Da qualche tempo stavo meditando di inaugurare una nuova serie di post intitolata qualcosa del tipo "Ho fatto pace con i lunedì"  o "Come combattere la Sindrome del Lunedì", dal momento che di materiale valevole negli ultimi 2 mesi ne ho collezionato un bel po'; ma poi mi è venuto il dubbio che questi post sarebbero stati una specie di fregatura.
Mi spiego.
Credo che il 99% dei lavoratori da 8-ore-5-giorni-alla-settimana-in-ufficio soffra della cosiddetta Sindrome del Lunedì. Conosco anche qualcuno che ha la Sindrome del Venerdì, perché va in crisi all'idea di abbandonare la vita da ufficio - ma adesso non voglio lanciarmi in interpretazioni psicologiche spicciole né sparare giudizi scontati sulla proporzione di stimoli e soddisfazioni che può avere la sua vita privata rispetto a quella lavorativa.
Parliamo di me, e io di sicuro rientro nel 99% che invece ha la Sindrome del Lunedì, che già la domenica sera comincia a sentirsi malinconica, che quando suona la sveglia, se non fosse un cellulare da 400 euro, avrebbe voglia di sbatterla contro il muro, e che quando mette piede sul corridoio di linoleum del proprio ufficio si sente come se stesse andando dal dentista.
Ebbene, da un paio di mesi a questa parte la mia Sindrome del Lunedì non esiste più.
E so che adesso state sgranando tanto d'occhi e state per implorarmi affinché vi scriva la magica ricetta che ho trovato per non soffrirne più; ma, ecco, il punto è che il mio antidoto non è affatto un medicinale: è un'operazione chirurgica che ha estirpato il male alla radice.
In sostanza, da marzo ad oggi ho avuto un solo lunedì lavorativo.
Comprendete quindi la contraddizione logica di base?
Non posso millantare di aver trovato la cura per la mia allergia quando in realtà, semplicemente, mi sto tenendo alla larga dall'allergene.

Ma avevo comunque voglia di condividere con voi le (ri)scoperte di questi lunedì di libertà; per cui, senza stare a proclamare lapalissiane cure per la Sindrome del Lunedì, vi invito a seguirmi in queste passeggiate in una Torino alternativa, semi-deserta ed affascinante.

Della Chiesa della Gran Madre vi ho già raccontato parlando di Torino Città Magica.
E' uno dei punti cruciali che segnano la mappa delle leggende torinesi, sia perché è considerata il polo cittadino dell'energia positiva, del "Bene", sia perché è in qualche modo collegata all'ubicazione del Graal: sarebbe in sostanza una sorta di cartello stradale che indica dove si trova, un indizio che solo Robert Langdon e pochi altri eletti sarebbero in grado di decifrare... ma secondo alcuni invece il Graal è nascosto proprio qui.
Eccola come compare vista da Piazza Vittorio Veneto, con la piazza grande ed ariosa a farle da ventaglio e la collina sullo sfondo che la incornicia.


Forse non l'avevate ancora capito, ma io ho una passione fotografica sfrenata per i lampioni...
Sono alcuni fra i miei soggetti fotografici preferiti.
E mi piace il fatto che ogni città abbia dei lampioni diversi: è una sorta di carta d'identità anche questa, un indizio per identificare la sua personalità.


Quelli di Torino sono sormontati da questa sorta di piccola corona, atta a ricordare il suo passato da regina, e perfettamente coerente con l'aria di nobiltà che ancora l'ammanta.
Va bene, ma adesso la smetto di fotografare lampioni e possiamo proseguire verso la Gran Madre.


Il nome stesso, "Gran Madre", non sembra un nome di stampo cattolico, no?
Certo, la Vergine Maria per i Cattolici è la Madre di Dio; ma Gran Madre suona più come un appellativo pagano, legato all'Antica Religione.
E difatti la leggenda vuole che la chiesa della Gran Madre sia stata costruita sopra i resti di un antico tempo pagano, dedicato alla dea egizia Iside.
E che cosa ci faceva una dea egizia a Torino??
Beh, questo la leggenda non ce lo spiega; ma del resto lo scopo delle leggende non è quello di dare spiegazioni razionali, bensì di rendere più affascinanti quelle che in apparenza sembrano solo delle coincidenze - come ad esempio il fatto che il Museo Egizio di Torino sia il secondo al mondo in ordine di importanza, appena dietro a quello del Cairo.


...E il mistero della Gran Madre è tutto legato a questa statua.
Rappresenta la Fede, e, guarda un po', tiene un calice in mano.


La Fede guarda rapita l'orizzonte... e in effetti c'è da dire che ha un panorama mica male da contemplare.
Con l'altra mano si dice che indichi il punto dove il Graal è nascosto.
E, beh, è già qualcosa. Perlomeno dà una direzione.
Per il resto... bisogna avere fede!


La sua statua gemella, al lato opposto della chiesa, regge una croce e simboleggia la devozione religiosa.
Torino è una città di santi e di demoni; ma d'altro canto qui ci troviamo proprio sul polo catalizzatore delle energie benefiche, quindi per ora pensiamo solo ai santi.

La chiesa della Gran Madre all'interno è piuttosto spoglia e semplice.
Non so, forse ho letto troppi libri di Dan Brown e mi aspettavo di trovare qualche indizio per la ricerca del Graal, qualche misterioso simbolo o qualche codice da decifrare; ma il mio occhio profano non ha visto nulla di tutto ciò.
Per cui direi che possiamo proseguire la nostra passeggiata, inerpicandoci su per la collina.

La collina di Torino è un po' un mondo a sé, e a me piace molto.
Un tempo era la zona vip della città, oggi lo è un po' meno perché si prediligono altre zone più comode al centro; per cui le sue ville in stile liberty hanno assunto un'aria un po' trascurata e decadente che secondo me le rende ancora più affascinanti.
[e per la cronaca credo che Dario Argento sia d'accordo con me, visto che in questa zona ha ambientato alcuni suoi film. Alcune ville in effetti hanno un appeal davvero un po' spettrale, ma, da buon gatto nero, devo ammettere che mi piacciono molto]

Fra i Torinesi, "andare ai Cappuccini" significa... appartarsi; ma in questo lunedì mattina di metà marzo che ho scelto per salire fino al Monte dei Cappuccini non c'erano coppiette in cerca di privacy, ma solo alcuni turisti russi e due ragazzine che chiacchieravano su una panchina.


Sul Monte dei Cappuccini c'è una chiesa, un monastero, il Museo della Montagna ed una vista mozzafiato su Torino.


Poco fa eravamo lì sotto, dove c'è il fiume... e adesso lo contempliamo dall'alto.
E laggiù, dietro la Mole, ci sono alcuni brutti edifici grigi ed arancioni: lì c'è il mio ufficio!
Devo dire che, vederlo da questa posizione, unita alla consapevolezza che sia lunedì mattina, mi dà un certo brivido di piacere sadico ;)


Sia quel che sia, il panorama da quassù è davvero bello, la giornata è soleggiata, le temperature cominciano ad essere miti ma ancora appena appena frizzanti...
Non verrei più via, ma c'è ancora un posto che mi piacerebbe vedere oggi.
Prima però scatto ancora una foto:


Le fontanelle pubbliche a Torino hanno tutte questa forma, con lo zampillo d'acqua che sgorga fuori dalla bocca di un piccolo toro.
Noi le chiamiamo Turét.
Il selciato attorno alla chiesa dei Cappuccini e il fatto di essere circondati dai boschi ti fa quasi dimenticare di essere in città... ma ecco il Turét che te lo ricorda, con un interessante contrasto, fra quello che è un elemento tipicamente urbano, circondato però da ciottoli e verde.
Ma adesso proseguiamo verso la prossima tappa.

La Villa della Regina è una bella villa seicentesca che si trova sempre qui in collina per volere di qualche Savoia.
C'è una storia piuttosto interessante ad essa collegata, ma temo che dovrò raccontarvela un altro giorno, perché, appena giunta ai suoi cancelli, scopro che di lunedì è chiusa.



Per questa volta sia io che i turisti russi che mi hanno seguita dobbiamo quindi accontentarci di vederla da fuori.
Non so loro, ma io sicuramente conto di poterci tornare presto e raccontarvi un po' più dettagliatamente, con immagini e parole, la sua storia.

Per adesso la spio da fuori, infilando la macchina fotografica fra le inferriate del cancello ed i pilastri di pietra scolpita della balconata; come se fossi un paparazzo che cerca di violare la privacy di qualche celebrità...

Torno indietro a piedi, per scoprire qualche angolo nascosto della collina in discesa.


E' ancora la Gran Madre a dominare, sia lo skyline che la fantasia degli artisti graffitari.
Chissà, forse le piacerebbe davvero attaccarsi ad una mongolfiera e farsi un giro ogni tanto.
Chissà dove andrebbe?
Forse a raggiungere il Graal?


Ma anche i Cappuccini ogni tanto sbucano fuori da dietro i palazzi...


E, siccome Torino sta provando a diventare internazionale, ma è anche legata alle tradizioni, ecco che i cartelli dei negozi sono scritti in quattro diverse lingue: italiano, inglese, francese e... dialetto piemontese!


 Nella vetrina di un negozio trovo un piccolo reminder...
E mi avvio verso i Quartieri Universitari per pranzare con una piadina in un bar.


 Anche il Museo del Cinema è chiuso oggi, e fa un po' strano vedere la Mole senza la consueta coda davanti.
Non so se oggettivamente la Mole si possa definire "bella"; però per noi Torinesi è di fatto il simbolo della città, è qualcosa che ci appartiene, e, vedendola, io la saluto sempre con affetto.
Non sarà una gran bellezza, ma ha una sua armonia, e, a ricordarcelo, c'è il tatuaggio che porta su un fianco - ovvero l'installazione luminosa ad opera di Mario Merz con la Sequenza di Fibonacci.
La Sequenza di Fibonacci è una successione di numeri individuata dall'omonimo matematico pisano del 1200 in cui ogni termine è la somma dei due che lo precedono (quindi: 1 - 1 - 2 - 3 - 5 - 8 ... e così via).
Il rapporto fra questi numeri tende al numero algebrico irrazionale chiamato sezione aurea, che è presente in molti elementi naturali (nella spirale delle conchiglie, ad esempio) e che, secondo gli Antichi Greci, è la traduzione in termini matematici del concetto di bellezza ed armonia.


Questa è una panchina proprio dietro la Mole stessa su cui ho passato molte pause pranzo (ovvero pause-panino) ai tempi dell'università.
Vedo che è ancora parecchio gettonata ;)

Bene, vado ancora a prendermi un gelato da Grom, per concludere in bellezza la giornata.


Gothic Cat e Siamese Cat sostengono che il gelato di Grom sia il migliore d'Italia.
Personalmente credo che potrei nominare almeno 4 o 5 altri posti nella sola Torino che, a mio gusto, fanno un gelato migliore; ma di sicuro non disdegno nemmeno quello di Grom.
Che poi ormai è un'istituzione.
Correva l'anno 2003 quando Federico Grom e Guido Martinetti aprirono il primo locale a Torino. Oggi a Torino le gelaterie Grom sono 4, ce ne sono altre in tutta Italia ed hanno anche raggiunto New York, Parigi e il Giappone.
Il loro punto forte è senza dubbio... il marketing, dato che sono riusciti a costruirsi un'immagine molto forte e ben centralizzata sulla qualità dei prodotti usati.
I prodotti provengono tutti da presidi Slow Food locali ed indubbiamente la qualità si sente e si apprezza.
Il prezzo è un po' più elevato rispetto ad altre gelaterie minori che usano prodotti di altrettanta qualità; ma, come sappiamo tutti molto bene, i marchi si pagano.

Io adesso me ne tornerei a casa...
ma voi se volete restate pure!
Grazie per la compagnia in questa passeggiata, vi aspetto per la prossima!!

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