lunedì 28 luglio 2014

Storie di aeroporti

Quando ero bambina per me l'aeroporto significava solo rivedere mio padre.
Non accadeva spesso, ma qualche volta siamo andate a prenderlo a Caselle, rimanendo in attesa fra i negozi ed i bar di vederlo comparire fra le porte scorrevoli di vetro oscurato.
C'era l'emozione di rivederlo, ma per me, fin da subito, aveva cominciato a mescolarsi anche con un'altra emozione: l'emozione dell'aeroporto, l'emozione del partire, di selezionare e rinchiudere le tue necessità in una piccola valigia da trascinarti dietro e pensare che adesso sei qui ma fra un paio d'ore sarai lontana migliaia di kilometri.
All'epoca il massimo dei miei viaggi era costituito dal mare della Liguria, a meno di tre ore di macchina da casa: non sapevo ancora che cosa ci fosse oltre quelle porte scorrevoli di vetro oscurato, non avevo ancora dimestichezza con tutte le procedure e le regole che il volare comporta, avevo visto solo la fetta di mondo che mi era stata data in dotazione alla nascita; eppure qualcosa di questi luoghi asettici e frenetici mi attirava inesplicabilmente.
Era il seme del morbo del viaggiatore che stava già cominciando a germogliare dentro di me.


Oggi che quella porta di vetro la valico molte volte, e anzi, proprio adesso che l'ho appena valicata, e che sto scrivendo di getto questi pensieri di fronte al gate del mio volo Torino-Francoforte, il fascino degli aeroporti continuo a subirlo inevitabilmente.


La loro apparenza asettica è un contenitore di storie, storie che spesso possono essere intense e forti come solo le partenze sanno esserlo.
Storie che spesso sono sogni, come il sogno di chi torna finalmente a casa, anche quando la "casa" si trova da tutt'altra parte del mondo rispetto a dove si è nati.
Come il sogno di chi sta partendo ad esplorare qualche nuovo angolo della Terra, che, chissà, magari potrebbe rimanergli nel cuore, magari potrebbe regalargli avventure e nuovi ricordi.
Oppure come il sogno di chi non vorrebbe partire e preferirebbe restare, ma cerca di fare della sua partenza un carburante per poi poter tornare.

A chi me lo chiede, rispondo sempre che preferisco viaggiare in treno.


E' un'esperienza diversa: con il treno sei immerso nel paesaggio che attraversi, lo vedi scivolare sui finestrini, puoi fondere i tuoi pensieri con esso e quasi non ti interessa più della meta, perché ti vuoi godere il viaggio.


Con l'aereo l'esperienza è più surreale, sei sopra le nuvole e potresti essere ovunque, distaccato, al di sopra di tutto.
Puoi viverlo come una pausa, il viaggio aereo, in cui prendi fiato da tutti i doveri ed i punti da smarcare che ti aspettano a terra; oppure puoi viverlo in tensione verso la tua destinazione, non vedendo l'ora di scendere e di arrivare, di riprendere il contatto con la terra.

Dei viaggi amo anche il prima ed il dopo, le aspettative ed i ricordi, ed un aeroporto è sempre un ottimo posto dove indulgere in entrambi.
Mi piace la sensazione di essere sospesa in un non-luogo, un luogo che è territorio franco e che è lontano da tutto, ma che, nel suo non-essere, diventa l'unica via per dirigersi verso la propria destinazione agognata.


Un non-luogo che è la chiave di passaggio per arrivare in qualunque luogo.
Una metafora efficacissima di come, a volte, per poter andare, è necessario fermarsi, raccogliere, racimolare forze, motivazioni, pensieri. Un po' come il seme durante l'inverno, che attende di sbocciare sotto la coltre di neve.

A me piace l'attesa, piace il raccoglimento.
Sono momenti di cui ho un bisogno quasi fisiologico.


Mi servono per ricaricare le batterie. Mi servono per pensare o anche solo per far vagare la mente senza meta.
Mi servono per scrivere, o per immaginare di scrivere, per trovare ispirazione ed idee.


Oltre al morbo del viaggiatore ho anche quello dello scrittore - e penso che sia una grande fortuna averlo, perché grazie ad esso non ho mai saputo cosa fosse la noia delle lunghe attese.
Un aeroporto è un luogo anche per questo.

Ed è un luogo per guardare, per osservare.
A me piace guardare il tabellone delle partenze, e fantasticare su quale potrebbe essere la mia prossima meta.
Oppure mi piace guardare i bambini che guardano gli aerei. L'altra settimana a Gatwick ce n'erano due che dicevano "Ci crederesti che sia mai possibile che un affare del genere VOLI??". E' così.
Gli aerei sono una sfida del genio umano - una sfida contro la forza di gravità, una sfida a diventare padrone anche di quel cielo che inizialmente non gli era stato concesso, una sfida a far diventare tonnellate di acciaio più leggere delle piume degli uccelli.



L'aeroporto di Caselle è sempre semi deserto, rispetto al ricordo che ne ho dalla mia infanzia. Soprattutto alla mattina, come adesso, quando fuori piove e il grigio luminoso del cielo si riflette su quello del pavimento.
Fra le vetrate e le luci al neon passeggia un numero sporadico di viaggiatori: alcuni rumorosi, altri pensierosi.
Chi viaggia verso sud veste colorato, con infradito e pantaloni corti, come del resto l'estate dovrebbe richiedere. Sono i più allegri, i più caciaroni.
Io di solito viaggio verso nord: il mio abbigliamento si intona con il tempo atmosferico che c'è fuori, e preferisco cullarmi nell'introspezione. Anche gli altri passeggeri diretti a Francoforte sono tutti assorti nella lettura.

L'aeroporto di Malpensa è quello che mi piace di meno: somiglia ad un baraccamento ed i suoi bar hanno panini di plastica che costano come una pizza.
Noi Torinesi siamo spesso costretti a ricorrere a Malpensa, da quando su Caselle i voli sono stati drasticamente ridotti.
Malpensa è grigio e pragmatico, baraccato. Non invita a trascorrerci molto tempo, spinge a correre verso la destinazione.



Heathrow era l'unica cosa che non mi piaceva di Londra.
Gli Inglesi hanno una vocazione quasi morale nel fare la coda ordinatamente, anche di fronte al bancomat o al chiosco dei gelati; eppure ad Heathrow ho sempre trovato un caos inesplicabile. Questo però avveniva prima dell'apertura del quinto terminal.
Non volo su Heathrow dal 2007, ora come scali londinesi uso Stansted e Gatwick, ma confesso che non sono particolarmente curiosa di testare se la situazione sia o meno migliorata.

La palma del peggiore però la do al Charles De Gaulle, che latita completamente delle più elementari accortezze organizzative.
Nel cercare un terminal sono finita nel parcheggio dei taxi, se atterri al terminal M andare da qualunque parte diventa un'impresa lunga ed avventurosa, ed è l'unico aeroporto in cui mi è capitato di dover rifare i controlli di sicurezza per un volo in connessione.
Al Charles de Gaulle devo l'unico aereo perso nella mia carriera di viaggiatrice, a causa di tutti i motivi precedentemente elencati, nonché al fatto che Air France chiude il gate tassativamente 20' prima della partenza dell'aereo e non ti lascia più entrare nemmeno se ti metti in ginocchio a cantare la marsigliese.
Vedere l'aereo ancora attaccato alla proboscide e non poterci salire, dopo aver fatto una corsa folle, è un'esperienza da utilizzare come prova pratica per i corsi di anger management - ma se non altro le 8 ore che abbiamo dovuto trascorrere in attesa del volo successivo sono state addolcite dai macarons de La Duréée.



A Monaco, invece, con il gate già chiuso ed il pulman passeggeri già partito, a causa di un ritardo del volo da Torino, ci aspettava una Mercedes che ci ha portato direttamente sulla pista. Correva l'anno 2003 - chissà se questo genere i servizio viene ancora effettuato.
A Monaco ci ho anche passato una notte: nell'agosto 2006, l'allarme terroristico a cui oggi dobbiamo le limitazioni dei liquidi in cabina, aveva congelato tutti i voli in partenza da Londra, e il primo volo disponibile è stato fatto partire per la Germania alle 10 di sera.
Da lì avremmo dovuto prendere un altro aereo per Torino il mattino dopo, per cui abbiamo trascorso la nottata nel terminale tedesco.
Era surreale vederlo buio e deserto, con l'unico suono della colonna sonora di Blade Runner proveniente da una giostrina per bambini - che nel silenzio assumeva un'aura un po' inquietante. Provavamo ad alternarci a sonnecchiare appoggiando la testa sulle valigie, con scarsi risultati, e allora tentavamo di tenerci svegli a botte di caffé italiano preparato da un barista turco nell'unico baracchino che rimaneva aperto tutta la notte.
Ci dividevamo girelle alla crema giganti seduti per terra sul pavimento di marmo lucido. La notte è incredibilmente lunga quando la devi far passare.

E poi Amsterdam, Stoccolma, Copenaghen, Budapest, Glasgow, Boston, New York, Toronto...

Chissà quali altri aeroporti mi aspettano nel futuro.
Di certo so che nell'arco del prossimo mese (ri)vedrò Francoforte, Danzica, Edimburgo, Monaco e Vienna.
Ma anche se so le destinazioni non so ancora quali storie mi aspettano legate ad essi.
E allora resto qui, in attesa.
Che il mio viaggio si compia, che la mia storia si scriva, aeroporto dopo aeroporto, capitolo dopo capitolo.

4 commenti:

  1. Che bel post! Almeno tu lo vivi serenamente, l'areoporto! Io ho fatto pochissimi voli in vita mia, 5 se continamo insieme andata e ritorno, ma ogni volta sento una tensione palpabile fra la gente che mi circoda. Ti parlo dell'ultimo volo da Caselle per tornare qui: tutti irritati dalla coda e dall'attesa per il controllo passaporti, una signora che tentava di superarmi ad ogni passo e che poi è corsa all'altro cancello quando l'hanno aperto, tutti che sbuffano e nessuno che segue le istruzioni per agevolare la fila, tipo "tagliare il biglietto lungo la linea tratteggiata"... ma perchè?
    A Stanstead erano tutti molto più rilassati, taciturni, il tempo di attesa era anche più lungo, ma nessuno si è lamentato.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Clyo!!
      Beh, guarda, da questo punto di vista concordo con te: quando il volo è molto affollato c'è sempre qualcuno che prova a fare il furbetto... o che comunque non ha bene percezione del concetto di "fila"! Temo che sia qualcosa che in Italia ci manchi un po', che sia proprio mancante dal nostro modus vivendi... non per tutti, ovviamente, ma per molti mi pare che sia così, e allora spesso ci si deve adeguare.
      Anche col mio ultimo volo Ryanair per Londra ho avuto problemi simili...
      Questo per Francoforte invece era più tranquillo, nonostante ci fosse comunque abbastanza gente. Va a sapere quali dinamiche si vanno a creare da una parte piuttosto che dall'altra!!

      Elimina
  2. Bellissime parole :) ho in bozza anche io una dichiarazione d'amore per gli aeroporti :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie!!
      Sarò curiosa di leggerti quando pubblicherai :)

      Elimina