domenica 29 novembre 2015

York, favola gotica e vichinga

Io & York ci siamo conosciute nel 2006.
Era stata una delle mie tante decisioni prese "di pancia": io, che normalmente sono talmente logica e razionale da rimanere troppo spesso impigliata nel mio stesso loop di "se" e di "ma" bloccando la declinazione concreta dei pensieri in azioni, per quanto riguarda i viaggi funziono in maniera radicalmente opposta. Funziono con la pancia, con l'istinto. Funziono sentendo un posto che mi chiama, che mi parla - un posto che mi ritrovo ovunque, fra le pagine dei libri, facendo zapping la domenica pomeriggio, nelle riviste trovate in giro per caso che sfoglio per caso: e ci devo andare. Ci devo andare e basta.
Lo decide la pancia; la testa sa benissimo di non avere nessuna voce in capitolo, e quindi nemmeno ci prova a dire la sua. Del resto già lo sa: solitamente queste scelte di pancia portano ad un innamoramento. Molto più di quanto lei stessa saprebbe mai fare, conoscendo alla perfezione il giusto mix e le giuste dose di ingredienti che, sulla carta, dovrebbero riuscire a calamitare il cuore. Eppure no - eppure nessun altro sa bene tanto quanto la pancia di che cosa esattamente abbia bisogno il cuore in quel momento per accelerare: forse perché è più vicina; forse perché sa interpretare meglio i segnali misteriosi e sotterranei che al cervello sfuggono. C'è sempre un elemento inatteso nelle scelte della pancia: un particolare in colori contrastanti, una novità, una nota che esce dal coro. Ed è proprio per questo che il mio cuore vola.
Ed è proprio per questo che amo viaggiare...



Il mio primo incontro con York era stata una gita in giornata da Londra, e mi aveva insegnato che, per viaggiare in treno nel Regno Unito, bisogna muoversi acquistando i biglietti on line - altrimenti è un salasso.
Avevo speso talmente tanto che poi mi ero sentita in colpa per tutto il resto della vacanza e mi ero nutrita solo di cheddar e frutta per risparmiare - ma ci ero andata lo stesso. La testa in questo caso aveva provato a sollevare qualche obiezione, ma la pancia non aveva voluto sentire ragioni.
Dopo quasi 10 anni non ricordo nemmeno più esattamente quanto avessi speso - ma mi ricordo indelebilmente l'entusiasmo e l'incanto del mio innamoramento per York.
Ancora una volta la mia pancia aveva ragione.

Era luglio e a Londra faceva caldo, ma a York si girava con i jeans ed il golfino di cotone.
C'era quella nebbia sottile ed impalbabile, argentea, quasi preziosa, che ricorda quasi i romanzi fantasy dedicati ad Avalon - dove la cortina fumosa della nebbia diventa una porta di passaggio verso un altro mondo.
E York, con la sua tela di ragno di stradine medievali, con l'abbraccio marziale e possente delle sue mura fortificate del XIII secolo, e, soprattutto, con lo splendore regale e mozzafiato della sua cattedrale gotica, sembra quasi un altro mondo - o perlomeno un'altra epoca.


Nel cuore di York sono cristallizzate, stemperate fra loro, incastrate pietra su pietra, diverse epoche.
York nasce come romana, chiamandosi Eboracum, ma delle linee perpendicolari ed ordinate del castrum originario oggi non c'è più traccia: si sono trasformate in labirinti, hanno rotto le righe e dimenticato la disciplina - sfrenate, casuali, complesse. L'unica impronta lasciata dal passaggio di Roma è la statua dell'imperatore Costantino - che era venuto a farsi incoronare proprio qui, dopo aver invece avuto la sua visione miracolosa della croce in cielo che lo rese vincente nella battaglia contro Massenzio, si dice, dalle mie parti, alle pendici dei monti della Val di Susa.
Ma York è principalmente, radicalmente vichinga prima, e poi sassone.
Se fosse una persona anziché una città, potremmo dire che quelle con questi due popoli siano state le sue due storie d'amore più importanti, quelle che hanno lasciato più segni tangibili, quelle che maggiormente hanno concorso a farla diventare ciò che è oggi.
Forte, squadrata, un po' spiccia. Con l'aria un po' misteriosa, con qualche ombra nello sguardo che la rende bellissima. Con le braccia robuste e tanta storia (e tante storie) da raccontare.


E la cosa più bella da fare, appena arrivati a York, quella che ci può permettere di conoscerla meglio - di cominciare ad immaginare con gli occhi, a sentire sulla pelle queste storie, prima ancora di udirle raccontare nei suoi musei, o sulle pagine di una guida - è dimenticare la cartina ed aggirarsi a caso per le ragnatele dei suoi vicoletti, per le linee romane che un tempo erano rette e che poi hanno dimenticato disciplina e razionalità.
Sono strade che si sono costruite da sole, seguendo l'istinto, e seguire l'istinto, la pancia, l'ispirazione, è il modo migliore per girarle.


Gli Shambles sono la parte più viva, quella dove il cuore medievale e vichingo di York palpita più forte.
Le sue due ali di alte case a graticcio in stile Tudor che li circondano pendono e sembrano quasi sfiorarsi: fronte contro fronte come a suggellare una complicità, o a confidarsi un segreto - o a voler proteggere le storie perdute, il tempo che fu, di cui, per qualche inspiegabile incantesimo, è ancora rimasto un simulacro evanescente sospeso fra il selciato di queste stradine ed i loro tetti di legno.
Il nome "shambles" deriva da una parola sassone che significa "mattatoio", perché nel Medioevo questa era la zona dedicata alle botteghe dei macellai: un passato poco romantico e decisamente prosaico, quindi, anche a livello sensoriale; ma oggi le sue vetrine ospitano negozietti di artigianato, di dolci, di arredamento shabby-chic, di tè, di libri, e anche un negozio che vende solamente oggetti a tema felino.
Le persone normali sognano di andare a fare shopping a New York - io, invece, toglierei il "New" e mi precipiterei immediatamente negli Shambles.


Ma sono davvero gli Shambles il cuore di York?
Mentre ci si aggira fra i loro vicoli si è convinti di sì. E' lì la vera essenza di questa città, decantata goccia a goccia attraverso i diversi strati della sua storia.
Ma poi, proseguendo il cammino, all'orizzonte, dietro qualche casa a graticcio sghemba, a bucare la nebbiolina con i suoi ricami di pietra chiara, con la sua regalità assorta, compare lui - il Minster, una delle più grandi cattedrali gotiche d'Europa.
A mio gusto personale forse la più bella.
E non riesci a non pensare che sia anch'essa un cuore. Un altro. O probabilmente un cervello.
Seconda a Canterbury in prestigio, ma non in grandezza ed eleganza, sembra si nasconda fra le spire dei vicoli e la calca degli altri edifici - ma non è così: quando sei al suo cospetto riesci a vedere soltanto lui, al centro del suo piazzale, della città, del mondo.
E' quasi come se emanasse una luce propria, che non diminuisce mai - né con la nebbia, né col sole, né col buio.
I suoi alti torrioni sono come due teste incoronate, e la complessità del suo rosone centrale è come un occhio che ti ipnotizza, che non riesci a smettere di contemplare.
Non è solo bellezza la sua, è regalità, è potere: uno di quei poteri che spettano di diritto, di fronte al quale ti togli il cappello.


Quindi sì - effettivamente forse è il suo cervello.
Ed è tutto lì, a York: il suo cuore vichingo, il suo cervello gotico e la mia pancia.
La mia pancia che ha sempre ragione...

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