domenica 31 gennaio 2016

Vigeland Park, metafora di Oslo

Una delle prime cose che visito in una nuova città è il suo parco.
Spesso i parchi cittadini finiscono anche per essere uno dei miei punti preferiti di queste nuove città che mi metto ad esplorare.
Il parco cittadino non è solo una nicchia tranquilla in cui nascondersi dalla frenesia dei ritmi metropolitani, dal bombardamento sensoriale di cose da fare e vedere, dalla nostra stessa fame compulsiva di conoscere il nuovo posto, di sfiorarne l'anima - il parco cittadino è spesso una metafora verde della città che lo ospita.
Il Boboli a Firenze è quasi un museo verde, scrigno botanico dell'arte che si respira in ogni angolo di Firenze. Il Valentino a Torino nasconde un castello, simbolo indelebile della storia della città, e nasconde angoli di bellezza inattesi, poco reclamizzati, come l'animo burbero e sorprendente della capitale sabauda. Central Park è il parco, così come New York è The City: un mondo a sé, un suo fascino carismatico unico che l'ha trasformato in una star del cinema, un regno verde che indossa una corona di grattacieli.
E' come se, nel suo parco, la città decidesse di farsi metafora, scegliesse qualche simbolo che la rappresenti e decidesse, quindi, di lasciar indovinare qualcosa di sé - qualcosa di profondo, qualcosa di essenziale. E' un po' come un tatuaggio. O un nickname. Qualcosa con uno scopo espressivo, per ricordare al mondo ciò che siamo davvero. Anche quando non riusciamo ad esserlo.
E questo accade anche ad Oslo.

Oslo è una città schiva, che si fa un po' fatica a capire.
E' una capitale, ma è quasi come se non avesse voglia di esserlo.
Ostenta una sobrietà quasi banale: ha un Palazzo Reale spigoloso e senza fronzoli, senza abbellimenti pomposi che comunichino potere; con un solo, giovane soldato di presidio che sbagliava le coreografie del cambio della guardia.
E' una città con lo sguardo sfuggente, ordinata ma chiusa, con un potenziale inespresso e sublimato attraverso schemi architettonici molto semplici, eleganti ma timidi.
Ma poi - ecco il suo tatuaggio, il suo nickname: il Parco di Vigeland.


Il Parco di Vigeland è racchiuso dentro un'area verde più grande, il Frognerparken - che gli serve come ulteriore scrigno, come barriera protettiva necessaria a tutti gli introversi per poter riuscire davvero ad esprimersi.
Il Frognerpark è nuovamente caratterizzato dalla sobrietà eccessivamente tranquilla che si riscontra in tutta la città: silenzio, rettangoli verdissimi che non si possono calpestare, elementi semplici e ripetitivi. E' la sobrietà di chi ha paura a lasciarsi andare, di chi ha bisogno di binari sicuri e già tracciati per sentirsi sicuro.
Ma, sotto, sotto la spessa coltre di immobile anonimia, sotto la maschera di abulica, inane freddezza c'è altro.


C'è il Parco nel parco, voluto e creato dallo scultore Gustav Vigeland, un museo all'aria aperta dove non sono esposte soltanto statue, ma un campionario di stadi e caratteristiche della vita umana, di emozioni e sentimenti.
Le statue di Vigeland sono nude, per esprimere l'universalità e l'assolutezza di ciò che rappresentano: basta essere umani per riconoscersi, basta vivere per aver provato almeno una volta quello che vogliono comunicare - sono fotogrammi comuni a qualunque storia, indipendentemente dagli status ascritti che ci portiamo addosso fin dalla nascita, dalle scelte che facciamo e dalle fortune che riusciamo a conquistare.


Le statue di Vigeland sono vive e prepotenti, urlano, rompono con la forza prorompente della loro presenza scenica lo spazio immobile che le circonda e ricordano quanto sia tumultuoso tutto quello che si tace, come le acque tranquille abbiano spesso degli abissi insondabili.


Non è un caso, forse, che la statua più famosa del parco, quella che è diventata un vero e proprio simbolo della città, sia il cosiddetto Sinnataggen, il Bambino Furioso - un fanciullo strepitante, che pesta i piedini con i piccoli pugni contratti, il volto deformato da un capriccio.
Questa statua di bronzo ha un'estremità più levigata e brillante, trasfigurata da chi continuamente viene a sfregarla - come si fa con i piedi dei santi per chiedere una grazia, o con qualche altra rappresentazione per invocare un po' di fortuna.
E cosa chiede al bambino capriccioso questa città così silenziosa e controllata?
Chi lo sa.
Forse è un contraltare, un'attrazione verso un'opposto da cui si cerca un bilanciamento, una cura d'urto per superare qualche blocco.


E' una sublimazione, ma anche un invito alla vita.
Alla vita in tutte le sue sfaccettature, in tutte le sue declinazioni - che alla fine si sublimano, si mescolano turbinando, fondendosi in un'unica essenza, che è la vita stessa.
L'invito va in crescendo, fino alla Terrazza del Monolito, dove una massa di corpi indistinti si abbraccia con slancio, elevandosi in colonna verso il cielo: uno slancio che è istinto, che è come l'amore - una pulsione primordiale ed insensata, da cui nessuno sembra riuscire ad esimersi, che ci rende dimentichi di noi stessi, e che, eppure, al tempo stesso, è il modo più comune e più sublime che ci è stato dato per elevarci in alto.
E per sentirci vivi.
Quando riusciamo ad esprimerla.
A buttarla fuori senza barriere, senza preavvisi.
Come il capriccio di un bambino...



6 commenti:

  1. leggendo del bambino furioso mi son venuti in mente il naso-grugno del "porcellino" a Firenze, dietro il mercato di S Lorenzo e il seno di Giulietta a Verona...entrambi "lucidati" dalle speranze, desideri ed ex voto dei visitatori...

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    1. Vero. A Torino abbiamo il dito di Cristoforo Colombo, a Boston c'è la scarpa di John Harvard, e a Praga un po' di statue sul Ponte Carlo. Sempre curioso capire come nascano certe tradizioni...

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  2. ...si sfrega come la lampada di Aladino :D...
    cmq non sono anonima, sono barbs ;D

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    1. Ciao darling!! :D
      Esatto, chissà se ci esaudisce qualche desiderio...

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  3. Ho avuto esattamente la stessa impressione quando sono andata a Oslo. Non sembra una capitale, se non una grande cittadina di provincia. Ma devo dire che quest'analisi dei parchi mi ha davvero colpito (soprattutto conoscendo bene il Valentino di Torino non posso fare a meno di essere d'accordo)

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    1. Vero, di sicuro è la capitale più "umile" che mi sia capitato di visitare.
      Io ho un debole per i parchi! Cerco di non farmeli mai mancare quando visito una città.

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