domenica 22 maggio 2016

Ohlsdorf, il parco-cimitero di Amburgo


Tafofilìa.
Vi ho già raccontato altre volte di questa mia strana malattia: subisco il fascino gotico e decadente, un po' creepy, dei cimiteri. Quelli storici e monumentali sono sempre fra le mie prime mete quando visito una nuova città.
E anche Amburgo non è stata da meno.
Il cimitero di Ohlsdorf, oltretutto, appartiene anche ad una categoria particolare - quella dei cimiteri rurali, e ne è uno degli esemplari più grandi ed interessanti esistenti al mondo.




I cimiteri rurali sono dei veri e propri parchi adibiti a luoghi di sepoltura.
Quello di Ohlsdorf si estende per più di 390 ettari, che ne fanno il quarto cimitero al mondo per grandezza, ed è percorso da 17 km di strade, aperte sia al traffico veicolare privato che a due linee di autobus interne al cimitero.


Le strade asfaltate le ho usate come punto di riferimento per non perdermi, come si fa tenendo il fianco destro all'interno di un labirinto, o come Pollicino con le briciole di pane - ma ho finito per girarlo vagando a caso, seguendo l'istinto e, solo ogni tanto, i cartelli con le indicazioni verso le aree più particolari.


E' stato come aggirarsi per un bosco - un bosco di quelli nordici, fatto di colori scuri, luce rarefatta, cristallina, un po' magica, muschi e pigne sotto i piedi.


Pietre tombali che emergono qua e là, senza un ordine preciso - un po' come se ciascuno avesse scelto tempo addietro il suo punto preferito dove poter riposare.
Alcune semplici, adornate solo di muffe e licheni, crepate e spezzate dal tempo. Altre nuove, lucide, di marmo scuro e scritte in caratteri gotici dorati.


Statue di angeli, o di donne affrante, di uomini forti che sono morti lo stesso. Cancelli arrugginiti, fiori secchi, ricordi di ciò che non è più nascosti in mezzo alla vegetazione.
Pini altissimi, secolari, forti e vigorosi - a ricordare che la vita va avanti, nonostante tutto. Che puntano verso il cielo, a dare speranza, forse, a chi crede.


Specchi d'acqua.
Retaggio, forse, dei funerali vichinghi, quando si faceva scivolare sull'acqua l'anima del defunto assieme al corpo, per restituirli al mare a cui appartenevano.
Momenti di pace contemplativa per i vivi, seduti su una panchina fra canneti e fiori.


Scoiattoli ed oche che attraversano la strada. I primi rapidi e nervosi, le seconde lente, con il ritmo oscillante di un pendolo. Le macchine che si fermano pazienti per lasciarle passare.

Radure ospitanti cimiteri di guerra, che sbucano all'improvviso da dietro le piante.
Stuoli di croci bianche, che si perdono a vista d'occhio, apparentemente anonime.
Il nome lo si legge solo guardando da vicino. Così come il volto, l'identità dei soldati caduti - vittime sacrificali di massa nel nome di giochi di potere che forse nemmeno conoscevano.


Ancora alberi, ancora tombe.
La morte può essere assurda, così come la vita.
I cimiteri riassumono entrambe.
Le condensano, ci fanno ricordare. L'ineluttabilità della prima, la bellezza della seconda - anche in mezzo al dolore ed all'assurdo.

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