sabato 14 maggio 2016

Oxford, qualcosa che vorrei...


Oggi mi sento inconcludente. Giro attorno alle cose e non riesco a concludere nulla. Mi faccio promesse che non riesco a mantenere.
E vorrei scrivere di Oxford, ma ho una sorta di timore reverenziale a farlo.
Non è solo il timore reverenziale che si ha nei confronti dei miti, delle icone: è quella sensazione che le parole non siano mai abbastanza che ti prende nei confronti delle cose che più ami, dei momenti più belli e felici. Ti sembra di non riuscire a trovarle le parole, ti sembra che finiscano solo per banalizzare.




Quindi non userò le parole per raccontarvi la mia Oxford.
Userò immagini e sensazioni, userò quei flash nitidi e sfaccettati con cui compare nei miei ricordi.
Oxford è un tempio del sapere, è essenza di Inghilterra allo stato più sublime, è la musicalità dell'accento Oxbridge, la sensazione che il tempo si sia fermato - non congelato, ma chiuso in una parentesi, isolato da tutto il resto, scivolato lungo una linea evolutiva differente. E' Lewis Carroll e C.S. Lewis, J.R.R. Tolkien e T.S. Eliot, Aldous Huxley ed Oscar Wilde.


Oxford è avere un po' di rimpianto per non essere stata abbastanza ricca/intelligente/coraggiosa da venirci a studiare.


Oxford è tornarci dopo qualche anno e trovarla ancora più bella di come te la ricordassi.


Oxford sono gli edifici gotici dei college, merlati come castelli, armoniosi e regali come cattedrali, scrigni che nascondo tesori, sapere, potenzialità. E' sbirciare nei loro cortili per annusare, con curiosità ed incanto, un mondo inaccessibile e, forse, meraviglioso - come fa la Sirenetta con gli esseri umani.


Sono i vicoli e gli angoli incantati in cui sbuchi all'improvviso, in cui ti piace girare a caso sperando (o forse sapendo) che ci sarà sempre qualcosa a sorprenderti. Sono i dettagli, le biciclette appoggiate ai lampioni, le rose rampicanti su una facciata di pietra, i doccioni a forma di drago che si riflettono nelle finestre di un pub.


Oxford è la Radcliffe Camera, costruita come un tempio, rotonda nella sua perfezione, al centro dei quartieri universitari, come un cuore pulsante, contenitore di tutto il sapere che Oxford ha donato al mondo.


E' la brillantezza dei colori delle pietre che costruiscono secoli di storia e di mito: ocra, grige, sabbia - quando il cielo è azzurro ed il sole splendente sembrano regali, sembrano quasi provenire da un altrove fatto di cose più sagge, più elevate, meno meschine di quelle con cui ci confrontiamo tutti i giorni. Le vetrate delle finestre sono trasparenti come occhi, e, come gli occhi, sembrano quasi avere un'anima.


Oxford è il Ponte dei Sospiri, déja-vu veneziano - che in realtà, con quello della città italiana, ha in comune solo la funzionalità di collegare fra loro due edifici gemelli, in questo caso quelli dell'Hertford College, ma che in realtà, stilisticamente, non gli somiglia per nulla. Ha semmai un certo non so ché del Ponte di Rialto, se proprio vogliamo rimanere in zona.


Oxford sono i cortili nascosti, le aiuole variopinte, l'erba verdissima, gli scorci di cielo blu che si spiano oltre le mura. E' il parco del Christ Church, dove gli studenti si radunano per andare a canottare sul Tamigi. E dove le oche vengono a rubarti da in mano la macedonia ai frutti di bosco di Marks & Spencer.


Oxford è un'istituzione, un senso di appartenenza. Un classico senza tempo, una parentesi di armonia. Saggezza, sapere, Inghilterra, biciclette, fiori, lampioni, pub, biblioteche, stemmi, moquette, tazze di té.


Oxford è qualcosa che vorrei essere e che vorrei ricordare.
Ricordarmi di essere...

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