mercoledì 13 luglio 2016

L'Isola di Wight a metà


Volevo andare sull'Isola di Wight.
Volevo vedere un po' di natura selvaggia, ruvida, quella natura fatta di scogliere bianche, spiagge melmose, brughiere secche accarezzate dal vento che in Inghilterra urla di bellezza, una bellezza che rispecchia la parte più selvatica ed intensa, passionale ed istintiva di questo pezzetto di mondo che sento così mio.
Volevo andare sull'Isola di Wight, e ovviamente io & Ginger Cat non ci siamo trattenute dal canticchiare la canzone dei Dik Dik mentre sul lungomare di Southsea ci accingevamo ad andare a prendere l'hovercraft.



Avete presente cosa sia un hovercraft?
Sono quei gommoni giganti con due eliche altrettanto giganti sul retro, che più che navigare sembra che decollino sull'acqua, sollevando una specie di tsunami.
Ginger dice che salirci sopra faceva parte della sua bucket list fin da quando era bambina: io non l'avevo mai preso in considerazione - a sua parziale discolpa devo dire che (forse) non l'avevo mai nemmeno visto prima (o non ci avevo fatto caso?); comunque potrò inserirlo nella prossima lista delle #100cosefatte.
A vederlo partire è in effetti piuttosto esaltante, anche se, quando ci sei sopra, non ti rendi conto più di tanto della velocità a cui sta andando, né del suo angolo di inclinazione - e tutta l'acqua che solleva, mentre sei seduta tranquilla ed asciutta all'interno, la confondi con la pioggia sui finestrini.


Quando arriva al porto di Ryde, sull'isola, l'hovercraft si sgonfia come un palloncino e noi scendiamo.
Ryde è una località balneare tipicamente inglese, inglese del Sud, piccola e sonnacchiosa, con qualche sala gioco un po' trash ed una spiaggetta vicino al molo.
Il cielo plumbeo ne enfatizza l'atmosfera malinconica.
C'è un negozio di fish & chips che si chiama "The Cod Father", con un merluzzo travestito da gangster anni '20 sull'insegna. Che mi fa un po' sorridere.
C'è un altro negozio, chiuso, sbarrato, con una vetrina impolverata piena di oggetti d'antan sbiaditi dal sole: vecchi bambolotti racchiusi nel cellophane, soldatini di legno, retini da pesca, cappelli di paglia.
Un cartello racconta che il negozio è stato chiuso in seguito ad un raid della polizia sul finire del 1953 per sequestrare delle cartoline di Donald Mc Gill che vendevano. La famiglia ha deciso di lasciarlo così per più di 60 anni, di non vendere mai il negozio né di sfruttarlo in altro modo, come segno di protesta.
"Ma chi è Donald Mc Gill?" ci domandiamo io e Ginger Cat.
Penso a qualcosa di politico, di filo-comunista - del resto siamo in piena Guerra Fredda.
Invece poi la sera googlo questo nome e - no, le cartoline di Donald Mc Gill erano semplicemente un po' osé, scenette umoristiche con allusioni erotiche.


Da Ryde prendiamo un autobus per arrivare a Wootton, in aperta campagna, da dove, scendendo per un sentierino, c'è il capolinea del treno a vapore.
La gestione della linea è mantenuta quasi interamente da volontari - forse ferrovieri in pensione, o amanti dei treni che finalmente realizzano un sogno.
Di sicuro c'è tanta passione, tanta dedizione.
Saliamo in uno scompartimento di terza classe con i sedili imbottiti di velluto e la pubblicità vintage di W.H. Smith's sopra la mia testa. Ci avviamo sbuffando vapore in mezzo alla campagna, fra pecore che brucano e boschi tapezzati di felci.


Dopo 10 minuti arriviamo ad Havenstreet, il capolinea opposto, con negozietti che rimangono fedeli all'impronta deliziosamente vintage del tutto. Pranziamo con un pasticcio di carne alla caffetteria, mentre tutto intorno tendoni e mezzi di soccorso simulano un ospedale da campo della Seconda Guerra Mondiale: dagli anni '50 agli anni '40.


Torniamo a Ryde per prendere un altro autobus per Cowes, dove vogliamo visitare Osborne House - il ritiro agreste/marittimo della Regina Vittoria.
Per arrivarci bisogna spostarsi nella parte est del paese, usando il traghettino a catena: la traversata è meno di un minuto, saranno non più di 20 mt, ma è l'unico modo possibile per farlo - e bisogna attendere che ci salgano anche le macchine.
Perché non un ponte levatoio? Un ponte tibetano? Un qualunque tipo di ponte?
Non si sa. Forse fa parte anche questa di tutta quella collezione di cose apparentemente un po' assurde ma che in Inghilterra sembrano avere un senso - e far parte del suo fascino.
Il traghettino, poi, al suo interno è decorato da teche contenenti curiosi assemblaggi degli oggetti più strani e disparati: sono opera dei bambini delle scuole locali - ma hanno un ché di bizzarro ed esotico, e sembra di star guardando le vetrine di un qualche emporio di curiosità.


Osborne House è semplice, nella sua regalità, ma ha la giusta dose di lusso e di bellezza che può servire ad una Regina per riposarsi, per staccare la spina da obblighi, decisioni, doveri.


Il salone principale lascia a bocca aperta: è in stile indiano, completamente rivestito di legno elegantemente traforato e dipinto di bianco ad emulare i marmi finemente cesellati dei templi indù. Vittoria, pur essendone imperatrice, non ha mai messo piede in India: c'era stato solo il figlio Edoardo, in un viaggio di otto mesi, da cui tornò con modellini di palazzi e quadri commissionati ad un'artista britannico, che aveva il compito di ritrarre ricchezza e povertà dell'India, per mostrarla alla regina.


Il giardino di fronte alla villa è semplice ed armonioso, composto di aiuole simmetriche, fontane e statue neoclassiche.
Ma il bello di questo piccolo recinto fatto di fiori ordinati e porticati verdi, è che si protende verso qualcosa di più selvaggio, di più libero: il grande parco circostante la villa, che poi si declina veloce correndo verso la spiaggia, verso il mare.


E' un anelare all'avventura, alla burrasca, mantenendosi in una posizione protetta, sicura - un fantasticare di una vita diversa senza mollare gli ormeggi delle certezze di quella che si ha. O, viceversa, è un poter respirare una corsa a perdifiato che le briglie del dovere non ti permettono di compiere.


Anch'io le spiagge selvagge di Wight riesco solo ad intravederle in lontananza dalla villa al mare di Vittoria.
L'Isola l'ho vista a metà: il tempo e la logistica sono tiranni quando ci si sposta con i mezzi pubblici, e quello che volevo vedere ho un po' dato per scontato che l'avrei visto anche senza puntare in maniera diretta ed esplicita ad andarlo a vedere.
Ovvero - pensavo che, pur avendo come tappe quelle sopra descritte, avremmo comunque visto spiagge/brughiere/scogliere in abbondanza lungo il tragitto; e invece no, perché il tragitto degli autobus è in gran parte interno e non passa sulla costa. Il paesaggio era da campagna inglese, non da isola.
Il mio "miraggio bianco" di Wight l'ho solo sperato, ma non l'ho trovato.
Forse, chissà, potrebbe essere un buon pretesto per tornare...

2 commenti:

  1. E poi dicono che Venezia è persa nel passato....che chicca questa isola di Wight!barbs

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ah, ma io adoro i posti persi nel passato! :)
      Comunque sì, una chicca inattesa.
      xxx

      Elimina