sabato 9 luglio 2016

Memorie dalla Cornovaglia


Quando mi chiedono "Qual è stato il viaggio più bello che hai fatto?" ci penso sempre un po'.
"Bello" è un aggettivo troppo vago, forse.
Cosa significa "bello"? Che hai visto dei bei posti? Che ti sei divertita tantissimo? Che per qualche motivo te lo ricorderai per sempre? Che in qualche modo, un po', ti ha cambiata?
Ci penso quindi un po' tutte le volte.
Ma poi la mia risposta è sempre la stessa.
La Cornovaglia nel 2008.
Forse perché è stato tutte queste cose assieme.




Rileggo il mio diario scritto in quei giorni, su uno spesso quaderno con le pagine di diversi colori acquistato da Paperchase.
Una parte di me lo sentiva - lo sentiva che sarebbe stato un viaggio che mi avrebbe cambiata. Ti succede, quando ti senti strana, un po' agitata ma senza motivo - perché, che tu lo voglia o no, il cambiamento sta per arrivare, e c'è una parte nascosta, più profonda dentro di te che lo percepisce prima, che già si predispone, che già comincia a cambiare. Non sei strana, sei solo un po' diversa. Stai cominciando ad esserlo.
E succede, quando senti questo senso di aspettativa che ti cresce dentro, che si gonfia al centro della gabbia toracica come una bolla vibrante - e non capisci perché, non stai davvero aspettando qualcosa di importante, e poi, dopo, passando i giorni, passano i mesi, e sembra che non sia successo niente. E quindi continui a non capire. Ma poi, dopo qualche tempo, dopo qualche anno, ti guardi indietro: rileggi i tuoi diari, riguardi le foto, e capisci.
Era quello.
Non si cambia da un giorno all'altro, e forse nemmeno da un anno all'altro. Però da qualche parte si deve pur sempre cominciare.
Ed è stato quello il momento in cui hai cominciato a cambiare.
In cui hai cominciato a crescere - senza sapere ancora che crescere significava aprirsi agli altri, trovare il giusto equilibrio fra le cose che vuoi tenere per te e quelle che vuoi raccontare, quelle che vale la pena raccontare, e anche spiegare. Per essere meno soli - tu e gli altri. Per condividere. Per essere più leggeri.
Hai cominciato a crescere, imparando che crescere significa anche credere un po' di più in se stessi, volersi un po' più bene.
Un'ovvietà che hai sempre saputo.
Ma era metterla in pratica che era un po' più difficile. Nessuno ti aveva mai fatto degli esempi.


E poi hai cominciato.
Da qui. Dal viaggio in Cornovaglia nel 2008.
E' stato il primo viaggio fatto con Ginger Cat. Il viaggio in cui abbiamo deciso di diventare amiche.
Perché, si decide?
Certo, si decide. In tutti i legami funziona così: non basta trovarsi, bisogna anche decidere di farlo. Scegliersi, coltivare.
E' stato anche un viaggio fatto in compagnia di un pensiero, di una persona che non c'era e che avrei voluto ci fosse stata. Che, in realtà, ci sarebbe stata un paio di mesi dopo il mio ritorno.
Quell'anno, per qualche strana combinazione, pareva che tutti andassero in vacanza in Cornovaglia.
Questa persona da allora non è rimasta.
Ha deciso di non voler rimanere. Di non voler nemmeno entrare.
Non tutte le decisioni sono sempre reciproche, bisogna prenderne atto.
Ma anche da questo ho imparato. Ho imparato a voler avere il coraggio di amare. Di non scappare. Di non aver paura di affogare.
O forse non l'ho ancora imparato del tutto.
Forse è una lezione che sto tutt'oggi studiando.
Magari, prima o poi, avrò l'opportunità di impararla meglio gestendo una presenza, anziché un'assenza.


Però ora lo so con certezza che sia cominciata da qui.
Da questo viaggio.
Da me che guardo il mio riflesso sul finestrino del treno che da Londra mi porta a Penzance, correndo in mezzo alla campagna inglese - cottage, pecore, cielo plumbeo, caffé lungo.
Il mio viso senza trucco, con i capelli corti, con gli occhi grandi ed un po' tristi, mi sembrava più giovane di quel che fosse.
Mi sembrava il riflesso non del mio corpo ma dei miei pensieri, di quella ridda sfumata, un po' confusa che mi si agitava dentro, senza troppo controllo, forse senza nemmeno troppo senso - creando da sola nuove forme.
E queste forme finivano sempre per comporsi in un contorno ben preciso: un viso, che avrei voluto al mio fianco a contemplare la Bellezza là fuori, una mano, che avrei voluto sulla mia.
Era tutto così bello, a suo modo, e non mi bastava l'emozione che stavo provando.
Ne volevo di più, di più.
Poi, all'improvviso, era sbucato fuori il mare sul finestrino.
Ha preso il posto della campagna, e non me l'aspettavo così presto.
E così, mentre ascoltavo Vecchioni che cantava di lettere d'amore che fanno ridere, ma che comunque vanno scritte, che comunque è meglio scrivere anziché perdersi in un mondo assurdo, in fondo, mi veniva quasi voglia di piangere...


Raccoglievo dépliant in giro da portargli, e compravo cartoline che avrei voluto scrivergli.
Ma non sapevo cosa scriverci.
Avrei voluto metterci tutta la mia anima - ma non ci stava, era troppo stretta una cartolina per contenerla.
Guardavo i posti che visitavamo, pensando che di lì a poco li avrebbe visti anche lui.
Vedere gli stessi luoghi è un po' come condividere un pezzetto di anima, pensavo.
Ma forse era destino che lo condividessimo senza mai riuscire a sfiorarci davvero.
La sera sentivo i gabbiani alla finestra ed il profumo della salsedine sulle dita - il profumo del mare ancora nelle narici e sulle labbra il giorno che abbiamo fatto la gita in barca fino a Mount St. Michael.
Dalla finestra di vetro smerigliato vedevo le spiagge - con le rocce frastagliate coperte di alghe, la bassa marea che scopre pozze piene di mitili, le barche incagliate nella rada.
Ero meno cinica di adesso, perché avevo sete di emozioni. Mi protendevo, perché volevo sentire tutto il più possibile, non mi bastava mai.
E a fine giornata era meraviglioso avere sonno.
Avere sonno dopo che per tutto il giorno sei riuscita a sentirti viva.

I'm not quite sure what am I supposed to do
so I'll just write some love to you
(D. Bowie - Letter to Hermione)

Guardavo il mare, ed avevo cominciato a capire.
Che anche io ero fatta d'acqua.
Che non tutto dentro di me si poteva vedere - c'era anche un fondale, un abisso.
Che va bene non dover condividere tutto, e che farlo non significa che non si voglia: è la natura dell'acqua, non è un difetto, non è una scelta - è un bisogno.
L'acqua cambia forma ovunque si trovi, ma ha necessità di avere qualcosa di soltanto suo.


St Ives era un incanto.
Un'Edimburgo sul mare. Tutta vicoli ed azzurro.
Scattavo foto con la luce del tramonto, telefonavo a casa seduta su un muretto di fronte agli scogli, curiosavo nelle vetrine dei negozi, guardavo la gente, sorridevo a questo momento.
E pensavo.
A come di fronte a lui io diventavo qualcosa di infinitamente più piccolo di ciò che avrei voluto essere. E che il problema non era relativo soltanto al suo non vedermi, ma anche al mio non essere in grado di costruire, alla mia paure di finir sempre per distruggere.
Pensavo che gli avrei mandato un messaggio, e scritto quelle cartoline.
Era qualcosa di così banale. Ma anche ciò che avrei voluto, in fin dei conti, lo era.



Mangiavo burro.
Burro a colazione, che si scioglieva sul toast caldo; burro a merenda nella clotted cream del Cornish cream tea.
Per me era strano, all'epoca. Il burro era come il demonio a quei tempi per me.
Eppure lo mangiavo, (quasi) senza sentirmi in colpa.
Mangiavo tanto, in generale, senza sentirmi in colpa. E in quel periodo era una cosa che non potevo non annotare stupita.
La sera mi facevo il té, e lo bevevo seduta sul mio letto in ferro battuto del B&B, pensando a cosa scrivere sulle sue cartoline.
Pensando che pensavo troppo.
Che forse sarebbe bastato qualcosa di prosaico, ma bastava farlo.
Nella caffetteria in cui abbiamo pranzato un giorno c'erano dei fiordalisi sul tavolo. Era da tanto tempo che non li vedevo. Mia nonna diceva sempre che fanno bene per gli occhi che piangono troppo.
E un giorno ho trovato un penny per strada.
Dicono che quando trovi un penny devi esprimere un desiderio: io ho desiderato di trovare il coraggio...


L'ultima sera.
Ero distesa sul letto e fuori veniva una delle classiche pioggerelline estive inglesi, così fini che non serve neppure l'ombrello, così fini che non sembrano nemmeno pioggia, ma piuttosto condensa umida che ti nebulizza il viso.
Avevo la finestra socchiusa, con una lieve brezza che entrava nella stanza, la luce resa soffusa dal cielo terso.
Gli avevo mandato un messaggio.
Non aveva risposto.
Era la notte di San Giovanni: dicono che quello che sogni quella notte poi si avveri. Ma io non riesco mai a ricordarmelo.
Tutte le volte che prendevo in mano quelle cartoline mi sentivo scema.
Tutte le parole che mi venivano in mente mi suonavano stucchevoli.
E dire che avevo sempre pensato di essere brava, con le parole.
Sono andata a farmi una doccia e mi sono detta che, se al mio ritorno avrei trovato una risposta, allora le avrei scritte.


Mi sto sforzando di ricordare, ma davvero non mi viene più in mente cosa ne sia poi stato di quelle cartoline.
Non ricordo se alla fine le avevo scritte, se le avevo consegnate al destinatario o se ce l'ho ancora rinchiuse in un cassetto da qualche parte.
Il coraggio, invece, alla fine l'avevo poi trovato.
Non era andata troppo bene, però, a posteriori, posso dire che non m'importa.
Perché, mentre scrivevo il mio diario durante il viaggio in Cornovaglia, pensavo a quanto ero distante dalla persona che avrei voluto essere.
Adesso, invece, che scrivo questo post, penso a quanto ci sono molto più vicina...

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