giovedì 18 agosto 2016

Cordoba, la bellezza e le risposte


Mentre sto scrivendo questo post sono alla vigilia di una partenza importante - e sono un po' agitata.
Stamattina Ginger Cat, che verrà con me, mi ha scritto "Comincio a sentire l'ansia - tu?".
Io? Io no - perché dovrei sentire l'ansia? Perché tutti lo chiedono sempre?
E però, non so perché, alla fine mi è venuta.
Non riesco a razionalizzarne il motivo - e forse adesso potrei anche dilungarmi in verbose dissertazioni psicologiche e filosofiche sul tema; ma di sicuro non mi aiuterebbe a distrarmi da questa sottile e spietata elettricità negativa che mi scorre sotto pelle.
Quindi preferisco mettermi a scrivere di Cordoba.
Perché Cordoba mi trasmette pace...




Cordoba nei miei ricordi è un'insieme di sensazioni - una sorta di ritmo lento che ti accarezza, qualcosa che non ha bisogno di musica, perché c'è un silenzio bellissimo da ascoltare, che ti invita a sederti, a chiudere gli occhi, a spegnere i pensieri e lasciare che il cuore navighi: per i vicoli sottili come capillari della Judéria, il quartiere ebraico, fra la ricchezza antica delle sue architetture moresche, lungo la scia del profumo dei fiori di arancio che si sente nell'aria - un profumo che ti porta lontano, che potrebbe essere di tanti luoghi, esotici, inesplorati, metaforici.
Oppure no, oppure è solo di Cordoba.


Cordoba è figlia di quel sole andaluso che è quasi bianco, quasi accecante.
I suoi colori sembrano bruciati - ma non è stato un bruciare che distrugge: è un bruciare che crea, sempiterno e ormai intrinseco.
Cordoba è figlia della fiamma: una fiamma che non le dà tormento - la rende contemplativa, quasi mistica.
Una fiamma da cui ti lasci accarezzare la pelle, assieme al sole: ti inebria i sensi con tutto ciò che hai attorno, e la tua mente per un attimo scalpita, si agita, perché vorrebbe riempirsi il più possibile con tutto quello che vede, vorrebbe ubriacarsi di bellezza, vorrebbe trattenerla e portarla sempre con sé, decifrarla, impararne il segreto, cercare di violare la verità nascosta che porta dentro, nel suo nucleo.
Poi si placa, si arrende e capisce che deve lasciarla andare.
E, facendolo, eccola che scorre - che ti entra sotto pelle, nelle narici, negli occhi: e capisci che questo è l'unico modo che hai per poterla in qualche misura catturare.
Contemplarla, mentre sei lì.
Ricordarla, quando sarai via.
Scriverne, magari.


Il cuore antico di Cordoba è rinchiuso fra delle alte mura color ocra.
E' un cuore di questo colore, di tante sfumature, più dorate ed accecanti o più scure ed intense, di questo colore.
E' un cuore fatto di capillari attorcigliati, un gomitolo di vicoli, un labirinto medievale in cui ogni roccia parla, in cui è bello perdersi per scoprire nuove tessere del suo puzzle di incanti.
E' un cuore in cui scorre sangue misto, che è il detonatore della sua bellezza inusuale e quasi ipnotica; un cuore in cui i cromosomi dominanti sono più quelli moreschi che quelli europei.
E' una radice mediorientale sbucata in terra spagnola.


L'intreccio capillare dei vicoli ha a sua volta tanti piccoli cuori nascosti - dei doppifondi segreti nei cassettini dello scrigno: sono i patios, i cortili interni ai palazzi che formano il labirinto del quartiere ebraico e che sono dei minuscoli incanti, una paginetta ritagliata dalle Mille e Una Notte.
I patios nascono con l'obiettivo di creare delle mini oasi di frescura per combattere il caldo bruciante del sole andaluso che su Cordoba splende generosamente.
In primavera sono addirittura in gara fra loro, con un festival che premia quello più bello: ed è difficile scegliere - sono tutti dei piccoli angoli di paradiso terrestre, abbelliti da piastrelle smaltate, ciottoli, fontane e cascate di gerani e boungavillee.


Uscendo dalla rete di capillari ci si imbatte subito nell'arteria pulsante - l'edificio simbolo dell'anima di Cordoba, sospesa a metà fra due mondi e sacro in entrambi, sacro due volte: la Mezquita, racchiusa fra spesse mura color della sabbia che non ti fanno intuire il suo splendore - che, forse, ti invitano ad immaginarla come tu vorresti che sia, che ti invitano a trovare in essa la parte di te che preferisci trovare.
La Mezquita è una moschea.
Anzi, è una cattedrale cristiana.
Anzi, è entrambe le cose. E' sacra - e ti permette di vedere il sacro nel modo in cui più preferisci vederlo.


E' un edificio sorprendente proprio nella sua peculiarità di fondere insieme due mondi che si sono sempre visti come molto diversi fra loro, che si sono osteggiati da sempre, tanto che, purtroppo, ancora oggi non sono riusciti a trovare una via di pace.
In origine qua c'era una chiesa, dedicata a San Vincenzo, che poi fu acquistata dal califfo di Cordoba per trasformarla in un luogo di preghiera musulmana nell'VIII secolo. La vecchia chiesa fu riadattata ed espansa sempre di più, fino a diventare lo splendore di archi, cupole e mosaici dorati visibile oggi.
La ripetizione dell'elemento architettonico dell'arco allude all'infinito - e, camminando per i 23000 mq della Mezquita, ad un certo punto si ha questa impressione: che sia di una bellezza eterna, che trascende le epoche, i confini, le religioni stesse che dovrebbe simboleggiare.
Nel XIV secolo l'edificio tornò ad essere un luogo di culto cristiano, con qualche aggiunta di elementi barocchi, ma sfruttando anche quanto già esistente, creando l'interessante contrasto di vedere simboli religiosi cattolici troneggiare all'interno di motivi architettonici tipicamente mediorientali.
Forse allora è possibile coesistere, convivere?
Forse una convivenza è anche scambio ed arricchimento reciproco?
Forse vogliamo tutti la stessa cosa, semplicemente la chiamiamo con nomi diversi, con simboli diversi?


Cordoba non dà risposte a questa domanda.
Forse è una domanda che di risposte, in realtà, non ne ha. Oppure sono talmente ovvie che non si riescono a vedere.
Cordoba sorride, placida e silenziosa.
Socchiude gli occhi e si corica al sole.
Cristiana, musulmana, ebrea - importa davvero?
Cordoba svuota la mente e continua a regalare bellezza...


2 commenti:

  1. No, non importa davvero... che magari quel che cerchiamo è diverso ma quel che realmente c'è è uguale per tutti, quindi scambio ed arricchimento reciproco sarebbero davvero l'unica cosa ragionevole (e per di più interessante ed entusiasmante!) da fare. È bello imbattersi in posti e situazioni dove si possono assaporare affascinanti miscugli!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Esatto... è una cosa importante che un po' tutti dovrebbero imparare, ma forse impararla a livello teorico è difficile e troppo astratto: il modo migliore di impararlo è viaggiando, scoprendo e conoscendo - e capendo che le diversità non solo sono arricchimento, ma che, sotto sotto, alla fine, non sono nemmeno poi così diverse...

      Elimina