domenica 28 agosto 2016

Rivoli, un ritorno


È uno di quei rari weekend in cui non ho nessun impegno, in cui non devo andare da nessuna parte. 
Me lo ero pregustata perché "potrò scrivere tantissimo", mi ero detta. E invece, in sostanza, l'unica cosa che ho fatto è stata dormire. Quei sonni spessi spessi, in cui parti davvero per un'altra dimensione, senza aver bisogno di sonniferi, e fai sogni un po' strani ma iper-realistici. 
Rilasso e collasso. 
Basta la solitudine, e una brezza a rinfrescare un po' questo ultimo weekend di agosto. A volte è bello riuscire a non pensare a niente. Anche perché, in fin dei conti, mi rendo conto che non ho più grandi cose a cui pensare. Non so ancora se sia più triste o più liberatorio - semplicemente mi godo il silenzio, fuori e dentro di me. 
Avrei voglia di andare al mare. Ma non posso essere sempre in giro. 



Allora vado a Rivoli. 
Non centra niente - ma ormai avrete capito che il mio punto di forza è il pensiero laterale. Me lo diceva sempre un ex collega. Ingegnere. 
Rivoli si trova a metà strada fra la mia attuale casa e quella vecchia - fra dove sono cresciuta e dove ho scelto di andare, fra la campagna è la città. 


È l'ottavo comune più popoloso del Piemonte, mi dice Wikipedia, e al 200esimo-qualcosa posto della classifica italiana, superando anche alcuni capoluoghi di provincia. Ma ha la sfortuna di essere troppo vicino a Torino - non sarà mai capoluogo di provincia. 
A Rivoli vengo spesso la sera, il sabato, per  incontrarmi con Fabiana, dato che è a metà strada. Ma di giorno saranno 10 anni che non ci vengo. 


Così oggi ho rifatto una serie di cose che da anni non facevo: sono andata a fare la spesa nel centro commerciale dove mi fermavo a mangiare la pizza quando andavo alle superiori e perdevo l'unico autobus che mi potesse riportare a casa in tempo utile per pranzo (quello dopo era alle 15.30); e poi su a piedi per via Fratelli Piol. 
Via Piol è meglio nota come "via Maestra", perché è la via storicamente più importante nel cuore dell'antica Rivoli, quella che porta al Castello, quella dove si radunano i negozi principali - quella che adesso mi sembra appena un vicoletto con un paio di catene di abbigliamento, ma quando ero ragazzina era una gran festa andarci il sabato pomeriggio. 
Le cose si ridimensionano, con gli anni, con le esperienze. A volte vorresti tornare a vederle con gli stessi occhi che avevi un tempo - però un po' ti sembra di farlo, notando le differenze e quello che invece ancora non cambia. Fuori e dentro di te. 


Via Piol è in salita, pavimentata di cubetti di porfido e pedonale. Incrocia altre stradine, è fiancheggiata da muri alti che nascondono chiese e vecchie ville. 
L'obiettivo finale è la salita al Castello. 


Il Castello di Rivoli è uno di quei castelli che si trovano in alto, che dominano, o proteggono, le loro città arroccati in cima ad un'altura, burberi e marziali, imponenti ma regali. 
Era dei Savoia, naturalmente, ed è un blocco massiccio quasi monocromatico. 
Il suo piazzale di fronte è un belvedere panoramico che abbraccia con la vista anche Torino, con la collina di Superga e la sua Basilica dirimpetto che sembra fissarlo dritto negli occhi, di lontano. 
Di notte, con lo sciame di luci che decora la larga distesa buia, è più facile stabilire i confini ed orientarsi - un po' come si fa quando si guardano le stelle, unendo i puntini per disegnare le costellazioni: c'è il lungo boulevard dritto ed infinito di corso Francia, il lampeggiare alieno della centrale del teleriscaldamento, il grattacielo del Sanpaolo. Di giorno, con la foschia della cappa di afa e di smog, è più difficile. 
Di notte ci sono solo coppiette in cerca di privacy - oppure qualche amica che si confida, ride e sospira, come facciamo io e Fabiana. Di giorno c'è solo qualche signora che porta a spasso il cane. 


Mio papà ci era venuto a scuola qui, alle medie. Oggi, dentro il Castello, c'è un Museo di Arte Contemporanea. Ci ero venuta a fare una gita ai tempi del liceo, ma non ricordo molto. Non ricordo molto di quei tempi, se non l'ansia di sentirmi un po' meno sfigata. 
C'è anche l'unico ristorante stellato della provincia di Torino. Cucina molecolare. Uova cubiche. 
Mi siedo sui gradini del cortile, fra le colonne e le arcate del Castello. 
Di notte è misterioso come un'abbazia scozzese. Di giorno è luminoso e silenzioso. 


Lo direste mai che si cucinano uova cubiche lì dentro? Che si espongono tele squarciate che per qualche motivo vengono definite arte? 
Lungo lo scalone risuona l'inno dell'Internazionale. È un'installazione sonora che fa parte del Museo. 
Dura un minuto e mezzo, poi di nuovo silenzio. 


Mi guardo nella porta a specchio d'ingresso. "Tu sei qui", c'è scritto. 
Sì, anche tu sei qui, come sempre...

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