domenica 4 settembre 2016

Il mese di Agosto in #10scatti

Agosto.
Agosto nello stereotipo è il mese delle vacanze, quindi è un mese che parte avvantaggiato.
Poi gli stereotipi a volte si realizzano e a volte no, a volte piacciono e a volte annoiano o schifano - ma io, lo ammetto, con questo Agosto sono stata fortunata.
Viaggi ce ne sono stati anche in altri mesi e ancora ce ne saranno - ma questo di Agosto è stato il viaggio.
Emotivamente e concretamente questo Agosto è stato tutto imperniato attorno al Giappone, alla sua magia, alla sua diversità - che hanno finito per tingere dei loro colori anche tutti i miei pensieri e le mie sensazioni nei giorni di contorno al viaggio.
Ve le racconto con i miei consueti #10scatti...





[1] Qualcosa di ordinario e di straordinario 

Ordinario e straordinario sono concetti relativi, dipendono dalle abitudini, da ciò che chiamiamo inusuale. O da ciò che chiamiamo inusuale, è lo stesso.
Una delle tante cose che mi ha regalato il viaggio in Giappone è stata l'opportunità di ribaltare questo punto di vista,  e di chiamare straordinarie cose che, nel loro habitat naturale, sono piuttosto ordinarie.
Provare meraviglia per ogni cosa che si vede è un regalo non scontato, in età adulta.
Si dice che bisognerebbe provare ogni tanto a guardare il mondo con gli occhi di un bambino - però io penso che gli occhi dei bambini, forse, pecchino un po' di eccessiva innocenza, e, magari, non siano ancora in grado di dare il giusto significato e la giusta priorità alle cose.
Quindi, per riuscire a provare meraviglia nei confronti del quotidiano, ma al tempo stesso non perdere i punti di riferimento dell'esperienza, ora cercherò di fare qualcosa di meglio che guardare il mondo con gli occhi di un bambino: proverò a guardarlo con gli occhi di un Giapponese...

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[2] Il mio nome

Il mio nome, se proprio vogliamo stare a vedere, in realtà è un aggettivo.
E, se devo anche dire la verità, mi ha sempre trasmesso una certa ansia da prestazione: lo so che magari voleva essere un augurio di serenità, ma, fin da quando ero sul passeggino e piangevo (vuoi perché era morta la mamma di Bambi, o magari per qualche spleen esistenziale in corso istigato dai biscotti Plasmon), e mi dicevano che ero solo serena di nome e non troppo di fatto, ha sempre avuto quel peso lieve ma costante dei potenziali inespressi.
Però, in Giappone, quando ci siamo fatti scrivere i nostri nomi in kanji, con il pennello da calligrafia intinto in un inchiostro che si crea come per magia sfregando un panetto scuro contro la pietra, vergato su di una carta impalpabile talmente sottile da sembrare trasparente, mi è sembrato il più bello di tutti. Quello con gli ideogrammi più complessi ed eleganti.
Forse perché i giapponesi sono maestri nell'arte della serenità - ed appunto per questo sanno che è un'arte complessa nella sua elegante semplicità: complessa da raggiungere come lo è l'equilibrio che la crea, fatto anche di errori, di ferite e scivoloni.
Ora il mio nome si trova sul mio comodino, in mezzo a diversi gatti neri cimeli di viaggio, in una cornice di ferro battuto che ho comprato nel supermercato sotto casa e che prima conteneva una frase di Kurt Cobain: "I'm not like them but I can't pretend".
E' vero, ma ho ormai ho smesso di far finta. Non mi interessa più essere come loro.
Che sia proprio questa la chiave della serenità?

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[3] Vi spiego l'amore (perché non l'ho mai imparato)

Quando torni da un viaggio ti senti sempre diversa.
Ti sembra di aver imparato molto, e che quel che hai imparato al di fuori di te ti sia servito anche, per una sorta di magica osmosi, per imparare anche qualcosa dentro di te - di irrisolto, di confuso.
Di solito ti dispiace tornare - però lo fai con una serenità nuova, una serenità che sembra quasi felicità. Lo sai già che basteranno pochi giorni per perderla, per farla scivolare dentro le pieghe del quotidiano e trasformarla in briciole: perderà la sua polverina magica come le ali delle farfalle quando le tocchi - però per adesso ce l'hai e la puoi usare per volare.
Per volare sopra le cose e capirle meglio, anche quelle che non hai capito mai.
All'improvviso sembrano così chiare, lampanti, che ti mancano le parole per spiegarle.
E' come quando hai qualcosa sulla punta della lingua - come quando sperimenti la bellezza, la felicità, e vorresti trattenerle, ma più provi a stringerle e più scappano via veloci.
Allora ti fermi, mentre passeggi per i Giardini Lamarmora a Torino: una coppia anziana, che si tiene per mano, seduti su una panchina dietro le siepi scolpite a forma di cuore da Rodolfo. Davanti a loro passa un'altra coppia, più giovane, sempre mano nella mano, ma in movimento, che passeggia.
I due anziani li guardano passare.
Pensano con nostalgia a quando erano giovani anche loro?
O forse vorrebbero dirgli che il segreto del loro amore, invece, è quello? Quello di sedersi, ogni tanto. Stare vicini, in silenzio. Guardare le cose insieme, da quella panchina.
Chissà.
Però, per arrivare a quella panchina, bisogna comunque camminare...

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[4] Tutti i passi che ho fatto finora...

Nel corridoio buio che collega la stazione ferroviaria di Malpensa al Terminal 1, c'è questa targa per terra.
Non è facile notarla, soprattutto se, come di solito capita, si è di fretta.
Però, quando l'ho notata la prima volta, ho pensato che era proprio così - che ci sono momenti in cui sembra che tutti i pezzi del puzzle vadano a posto, in cui tutti gli errori sembrano assumere un altro significato, in cui tutte le cose che si sono viste, fatte, scelte, subite, fuggite, amate sembrano assumere i contorni di tappe di avvicinamento a quel momento, a quel preciso istante, a quella felice congiunzione astrale in cui dici "Eccomi - sono qua - piacere, tu sei il momento che stavo aspettando".
Poi - no, passano i mesi e capisci che non era proprio così, che gli errori continuano ad essere errori, che i mondiali a volte si possono anche perdere ai rigori, e che il sesto senso da solo non vale niente se non ci sono anche gli altri cinque a funzionare.
Tuttavia, quando ti ricapita di tornare a Malpensa, vai appositamente a cercare quella targa.
Non come monito ai tuoi continui errori di valutazione, ma perché continua a sembrarti più vera che mai.
Perché forse dai tuoi errori non impari mai - ma, alla fine, l'unica cosa che gli errori ti devono insegnare è soltanto questa: continuare a camminare, continuare ad andare avanti, a fare passi e a seguire una strada.
Giusta o sbagliata, questa strada è la vita - e vale sempre la pena continuare a percorrerla, e a guardarne il panorama.

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[5] Un gatto nero ed un lungo viaggio

Come si passano 16 ore di aereo?
Si leggono articoli sulle riviste di bordo Cathay sui gatti neri che portano fortuna (o sfortuna) a seconda del posto del mondo in cui si trovano.
Si guarda dal finestrino, riconoscendo l'isola e la laguna di Grado, rimpiangendo di aver già spento il telefono e non poter fare una foto da mandare a Tabby Cat. Si legge un libro surreale di Murakami, pensando che non hai proprio idea di che cosa si fumi quell'uomo lì, ma che qualunque cosa sia è roba buona e vorresti fumarla pure tu.
Si guarda un film surreale di Matteo Garrone, con fiabe che non si concludono con un lieto fine, principesse atipiche e mostri medievali senza nome.
Si prova a dormicchiare, e si fa un sogno surreale, ovviamente - con gente che si cerca e non si trova e qualche mostro che viene ucciso ingiustamente.
Si mangia un po', e ci si domanda cos'abbia dentro il cibo da aereo, che ha sempre tutto lo stesso sapore. Sempre. Un po' nauseante. Si apre il barattolino del gelato alla fragola compreso nella cena, che è l'unica cosa sul vassoio che non ha il sapore da cibo da aereo, e si trova dentro un avvallamento a forma di cuoricino.
Si guarda un film su Steve Jobs. Giusto per innervosirsi un po' ed avere la conferma di quanto fosse paraculo. Si può restare hungry anche senza mangiare gli altri - io, personalmente, ad esempio di solito mangio la Nutella quando sono hungry.
Si può pensare, e scrivere qualche pensiero un po' sconnesso.
Si può giocare a Chi vuol essere milionario? in inglese.
Si può pensare che non si vede l'ora di atterrare.
Ma solo perché ti stan venendo i crampi al fondoschiena. Per il resto rimarresti ancora un po' così...

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[6] Ritorni (Torino e quel che resta)

L'unica cosa bella di quando un viaggio finisce è ritornare in quel posto che chiami casa.
Che, quando torni, ti sembra sempre un po' più bello di come lo vedi di solito. Sei in quel limbo un po' narcotico in cui puoi ancora permetterti di fingere di non ricordare le cose grigie della quotidianità, quelle che pungono e prudono come una maglietta della salute di lana che devi indossare per forza.
Senza quelle rimane la tua pelle nuda, libera di sentire il sole, i colori, libera di bere la luce di quello che ti appartiene in un momento in cui non ti sta imponendo nessun dovere.
Il bello del posto che chiami casa è che sai di poterci ritornare. E che, quando ci ritorni, ti ci puoi anche ritrovare...

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[7] Cose strane, tenere ed inquietanti

A volte ci fai caso, anche se magari esistono già da tempo, e ci sei passata di fianco tante volte senza mai notarle.
Ci fai caso perché magari sei predisposta a farci caso, o semplicemente perché rallenti il passo e non hai pensieri a distrarti, e quindi puoi osservare con gli occhi.
Poi, quando cominci a farci caso, non riesci a smettere più. E ne vedi a decine, ovunque.
I particolari, intendo.
Cose strane che stanno nelle vetrine di negozietti strani nel dedalo di stradine dei quartieri medievali della tua città. Biancaneve e i Sette Nani. In versione vintage, in versione alternativa. Cuori dipinti.
Inviti ad essere felici, almeno una volta al giorno. Vicino ad una bottiglia di vino.
Ratti imbalsamati a due teste.
Cose un po' inquietanti, anche.
Gatti neri finti sui balconi. Libri appoggiati su una panchina - perché, poi, ogni tanto, il libro lo devi anche chiudere. Per andare a fare qualcos altro.
Vivere, ad esempio.
Cose anche un po' tenere, quindi.
Tutte queste cose sono a Torino, perché forse Torino è anche un po' tutte queste cose.
O forse, in realtà, queste cose sono ovunque.
Ovunque desideriamo trovarle...

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[8] Tu sei qui

...sei sempre qui, nel mio cuore.
Ci sei da sempre, ci sarai per sempre - solo hai assunto volti diversi nel corso degli anni. E altri volti assumerai negli anni a venire.
Ti ho sempre cercato e credo di aver sempre sbagliato, di aver pensato di averti trovato, ma non è stato così.
Perché altrimenti non saresti solo nel mio cuore, ma anche, soprattutto, al mio fianco. Un po' diverso, perché nel mio cuore non ci staresti tutto: non è vero che i cuori sono grandi, i cuori alla fine sono abbastanza limitati, e per forza di cose devono essere selettivi con quello che lasciano entrare. Entra solo quello che di te ci sta bene, quello che ha la stessa loro forma - il resto rimane fuori.
E forse fuori ce n'è rimasto troppo, o troppo poco - o forse è semplicemente che io invece nel tuo cuore non sono mai entrata.
Che vuol dire che non era il cuore giusto, che non eri tu.
Ma io so che ci sei.
Non so se mai ci incontreremo ma so che ci sei.
E quindi, per quanto ne so, può valere la pena aspettarti...

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[9] Abbiate paura...

Mi piace leggere libri di blogger (bravi) che ce l'hanno fatta.
A scrivere un libro, intendo.
Un po' perché mi serve come motivazione, un po' perché sono piacevoli da leggere. Emozionanti, anche.
Abdou M. Diouf gestisce la pagina Facebook Accettare con serenità che certe cose non le accetterai mai con serenità ed ha scritto per Go Ware il libro "E' sempre estate".
Visto che prima stavamo parlando, appunto di serenità. E di estate, anche - volendo.
Le donne descritte nel brano nella foto fanno effettivamente paura. Suppongo. Perché so di essere una di loro.
E so di fare un po' paura. Me lo hanno anche detto.
Ma è un po' come incontrare un orso in una foresta: vi fa paura, ma in realtà lui ha più paura di voi.
Perché la verità è semplicemente questa: che si ha paura solo quando si pensa che ne possa valere la pena...

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[10] Libera il fanc(i)ul(l)o...

Alla stazione di Milano Porta Garibaldi ho passato tre mesi.
Ovviamente non tutti lì in stazione: ci passavo quando lavoravo a Milano, e spesso l'attesa non era breve. E quei tre mesi erano stati particolarmente lunghi.
Mi ricordo la libreria e il supermercato dove mi compravo il sushi per cena. Mi ricordavo che in treno leggevo e quella era la parte migliore della mia giornata.
Non mi ricordavo però di questi murales nel sottopasso.
L'ho fotografato non solo perché è bello, ma perché inizialmente, anziché "Libera il fanciullo che c'è in te", avevo letto un'altra cosa - con una "i" e una "l" in meno.
Però ho pensato che alla fine sono un po' la stessa cosa: sono entrambi liberazione, eruzione, rottura degli schemi, spontaneità. Il lato politicamente corretto e quello scorretto della stessa medaglia.
Quale dei due sia meglio usare, dipende dalla situazione.
Ci sono situazioni che non meritano nessun fanciullo.
Ci sono situazioni in cui non si possono osare nessuno dei due.
Ma, almeno mentalmente, almeno nella fantasia, bisogna sempre liberarli.
Se no finiamo per non sentirci liberi...

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