martedì 31 gennaio 2017

Le cose belle di Milano (per chi non ama Milano)


A me non piace Milano.
E non è che voglia essere drastica nel giudizio. Non è una sentenza che nasca da un capriccio, da una valutazione superficiale e pregiudiziale: sono tanti anni che ci frequentiamo, e, nonostante la mia personale scarsa simpatia, lo facciamo anche con una certa assiduità. Ci ho lavorato, poi sono scappata, ma continuo ad averci a che fare sempre per lavoro. Ma ci ho anche a che fare per piacere personale, perché rappresenta il punto mediano logisticamente più efficace per incontrare le mie amicizie sparse in giro per l'Italia. Si tratta quindi di una convinzione ben ponderata, sottoposta a più di un test e con cui ho tentato di venire a patti innumerevoli volte: le ho chiesto spesso di provare a convincermi, ma forse è troppo sicura di sé per riuscirci davvero.
Oppure, semplicemente, siamo davvero troppo diverse.




Torino e Milano distano solo 165 km, e qualcuno sostiene anche (mi duole ammetterlo, non a torto) che il capoluogo piemontese sia un satellite, una sorta di periferia distante, di quello lombardo - ma sono profondamente diverse. Una diversità che è praticamente una filosofia di vita.
E io non sono soltanto di Torino - io sono Torino: sono uno stereotipo vivente della mia città - ho nei miei modi i suoi silenzi, la sua riservatezza quasi burbera, il reagire ai complimenti con imbarazzo duro, quasi fossero insulti. Perché a noi di Torino non piace essere sotto i riflettori, vogliamo stare nel nostro angoletto sotto alle montagne, all'ombra della nostra Mole, e siamo sempre scettici quando ci dicono che siamo bravi o che siamo belli: non guardiamo mai quello che facciamo giusto, ma sempre solo quello che andrebbe ancora migliorato - anche se poi magari non riusciamo affatto a migliorarlo, perché crediamo troppo poco in noi stessi per riuscire a farlo.
Forse ci manca l'ambizione, o, come loro direbbero, ci manca l'attitude. Ma non è solo quello.
Non è che ci abbiano bocciati all'esame di Marketing di Se Stessi - è che proprio ci rifiutiamo di darlo, di studiarlo. Cozza con la nostra etica, con la nostra vision, per dirla con un termine caro a chi invece lo passa a pieni voti.
E non dico che sia la cosa giusta da fare. Se proprio volete saperlo, a volte mi incazzo proprio di brutto. Con Torino e con me stessa. Perché dovremmo capire che saper valorizzare ciò che di buono si fa e si è, non necessariamente significa vantarsi a vuoto.

Brera

Ovviamente parlo sempre di stereotipi, non di persone. Conosco Torinesi dal sorriso smagliante che sanno vendere abilmente quintali di fuffa usando termini inglesi a sproposito, e Milanesi silenziosi che sanno dubitare di se stessi quando è lecito farlo - e in ogni caso adesso non voglio farne una crociata campanilistica, perché non era questo l'argomento che volevo trattare.
Volevo solo dire che le città sono spesso riflesso delle personalità che le abitano, e/o viceversa - e Milano indubbiamente è una città improntata all'esercizio del potere economico in tutti i suoi risvolti, quelli scintillanti e quelli oscuri.
E, in questo, per questo, è una città distante da me. Parliamo due lingue diverse. Camminiamo verso due direzioni opposte. Senza snobismi e senza rancori, ma è così.

Pinacoteca di Brera

Però, anche con le personalità più distanti, con gli antipodi più lontani, dei punti di contatto si trovano sempre. E' il mio esercizio, mentale e pratico, sforzarmi sempre di trovarli. Il puntino bianco nel nero dello yin. O, viceversa, quello nero nel bianco dello yang - perché tutto è sempre relativo.


I miei puntini bianchi (o neri) in giro per Milano sono angoletti, parentesi, particolari.
Non sono quelli più luminescenti. Non sono Via Montenapoleone con le sue boutique, e nemmeno Galleria Vittorio Emanuele col suo toro da calpestare come portafortuna ("Ah, ce l'avete anche voi?" "Beh, sì, il toro, sai, è il simbolo di Torino" "Eh ma questo è di Milano" "Ma è in Galleria Vittorio Emanuele.. sai, i Savoia... ??" "Eh sì, è famosissimo, ci sono sempre orde di giapponesi che lo fotografano - non sapevo che ce ne fosse un altro" "...sì, vedi, i Savoia...").
Non sono nemmeno i Navigli, che di giorno sono spenti e quasi deserti.

Le Colonne di San Lorenzo

Sono Via Torino, ad esempio.
Tu guarda. Me ne sono accorta adesso che l'ho scritto - ma giuro, non voleva essere sarcastico.
Semplicemente, forse, era un segno del destino.
Via Torino è la mia via preferita di Milano. Mi piace la sua aria un po' più bohémien, gli edifici antichi dalla bellezza semplice, i murales variopinti ed un po' onirici, i negozietti artigianali.
Qua c'è un posto che si chiama Stamperia, che vende carta, timbrini ed altre cose creative, che è salatissimo come lo sono tutti i (pochi) negozi in Italia che vendono questo genere di strumenti - ma in cui io & Tabby Cat facciamo puntata fissa, e ogni volta borbottiamo che in America queste cose costano la metà, ma l'America è lontana e quindi alla fine le compriamo lo stesso.
E poi c'è la nostra pizzeria preferita, Porta Ticinese, dove, più che per la pizza, andiamo per la torta di mele, e che ha una saletta al piano di sotto con le volte in mattoni che sa un po' di cantina, ma si mangia bene e loro sono simpatici.
E una volta c'era anche un ristorante toscano fantastico, che poi però ha chiuso. E ci manca un po'. C'è un Grom (..."Ce l'avete voi a Torino Grom?" "Sì, beh, Grom è di Torino" "...ah sì?? Pensavo fosse qua di Milano"). C'è il Paradiso delle Sorprese dove si comprano le cazzatine ad un euro. C'è un negozio di gioielli etnici che fa lo sconto alla gente il giorno del loro compleanno. Ci sono due ristoranti giapponesi.
E soprattutto ci sono le Colonne di San Lorenzo, che, non so perché, mi sono sempre piaciute.


E poi, dai, ci sono ancora altri puntini.
Sono le bakery color pastello in cui spesso ci rifugiamo a mangiare club sandwich e cupcakes.
Sono una piazzetta di Brera con una chiesa, la scultura di un volto e la pavimentazione a ciottoli.
E poi la sua Pinacoteca.
Sono, ovviamente, banalmente, i suoi simboli: il Castello Sforzesco, che, un mio compagno di classe, in gita alle medie, aveva chiamato "il Castello di Berlusconi" per via del simbolo del Biscione che campeggia sulla sua torre centrale - e che per me, da allora, tale è rimasto.
E poi, il Duomo.


La prima volta che sono stata a Milano in modalità "adulta & consenziente", ovvero senza contare gite scolastiche e colloqui di lavoro, ma di mia spontanea volontà e con obiettivi ludico-ricreativi, il Duomo era impacchettato.
Ed ho pensato "Oh no, non è giusto!".
Era il 2002, ero una studentessa universitaria relativamente ingenua ed innocente, con scarse conoscenze del Mondo Là Fuori, e non avevo ancora avuto modo di sviluppare nessun bias cognitivo nei confronti della città meneghina - quindi non avevo malignamente pensato, come farei adesso, "Oh no che sfiga! Una cosa c'è a Milano, una! Ed è impacchettata!!"; ma mi ero semplicemente dispiaciuta perché del Duomo avevo un ricordo un po' mistico risalente alla gita con le suore fatta dieci anni prima.


In quell'occasione mi erano rimaste impresse le vetrate coloratissime, facendomi un'impressione quasi psichedelica - ma all'epoca ero una bambina, e si sa che da piccoli le cose ci sembrano sempre più grandi e più strane di come siano in realtà. O forse i sottaceti che le suore ci mettevano nei panini erano scaduti, non lo so.


Comunque, sta di fatto che, in tutte le volte successive che sono stata a Milano, l'impacchettatura del Duomo l'avevo ormai presa come un dato di fatto, un po' come la plastica incorporata nella faccia di Berlusconi, e non ci avevo più fatto caso.
Così, quando, poi, qualche anno fa, invece lo hanno spacchettato, ho dovuto anche ammettere che sia davvero bello - e con Tabby Cat ci siamo ripromesse che, prima o poi, dovevamo salirvi in cima.
Lo abbiamo fatto qualche sabato fa, in compagnia anche di Calico Cat.


Volevamo fare i biglietti on line, ma c'era scritto che erano validi fino a Capodanno 2016, e siccome era l'Epifania 2017 non ci siamo fidate.
Non c'era molta coda alla biglietteria, comunque - ce n'era un po' di più alle transenne d'ingresso, anche se poi non è molto chiaro da quale parte si debba entrare per incanalarsi in una piuttosto che nell'altra, ma va beh.


I militari all'ingresso ci controllano le borse ed attaccano un po' bottone con Tabby Cat: le forze dell'ordine di Milano hanno una sorta di debole per Tabby, a quanto pare - una volta è anche riuscita a far prendere un mezzo coccolone a due poliziotti di ronda sotto i portici, ma questa è un'altra storia e, anche se ormai è diventata leggenda, non mi dilungo. Voglio solo spezzare una lancia a favore del cuor di leone dei poliziotti, che probabilmente sono stati ad affrontare con coraggio e bravura terroristi armati di mitra, ma sono stati colti assolutamente impreparati di fronte ad una graziosa fanciulla salterina che fa bubusettete - anche se lo stava facendo a noi, mica a loro.


Comunque - siccome nella nostra infanzia abbiamo subito l'imprinting di un'educazione cattolica repressiva, e crediamo che per poter usufruire di qualunque cosa bella si debba prima soffrire, abbiamo optato per la salita a piedi. Ci sarebbe anche quella in ascensore, ma ci pare una facilitazione eccessiva che non ci meritiamo. E poi così risparmiamo ben 2 euro, che utilizziamo per comprarci un cioccolatino per affrontare la salita sull'onda del picco glicemico.
La salita a piedi ha gli stessi difetti che hanno tutte le salite a piedi in qualunque cattedrale costruita in un'epoca in cui non si era ancora previsto un afflusso turistico consistente in ambo i sensi: la tromba delle scale è angusta e ad ogni minuscolo ballatoio ci si deve spalmare contro il muro per far passare chi sta scendendo.
Ancora ricordo i traumi adolescenziali sul Duomo di Firenze e sul Cupolone in gita con la scuola: all'epoca soffrivo di vertigini e claustrofobia, in più avevo paura delle api che non centra niente ma tutto insieme fa - adesso le mie fobie sono migliorate (a parte quella delle api), ma è il fiato che è peggiorato.


Quando alla fine arriviamo in cima, però, devo dire che ne è valsa la pena.
Cioè - qualcuno ci aveva detto che la vista da lì era stupenda, e francamente non è che proprio si possa definire tale.
Voglio dire, non è per fare la solita vittima fieramente acida della mia stessa anti-milanesità, però si vede Milano - e oggettivamente non è che sia come vedere Firenze o Parigi o anche solo Torino. Non ci sono capolavori architettonici, né fiumi che serpeggiano argentei ed eleganti, e nemmeno maestose montagne innevate all'orizzonte. Ci sono due grattacieli rinsecchiti che emergono su una giungla urbana abbastanza indistinta, ed un velo marroncino di smog in lontananza. Considerando che a Milano i monumenti di rilievo sono giusto due e su uno dei due ci sei sopra, diciamo che non è per il panorama che ci siamo salite fin qui.


Ci siamo salite perché è bellissimo - è bellissimo camminare fra le guglie ricamate, fra questi capolavori di chiaroscuro di pietra, vederli riflessi nei finestroni che occhieggiano dal corpo centrale, che ne sciolgono e confondono i contorni come se fossero macchie di colore nell'acqua, ma se possibile li fanno sembrare ancora più belli, ancora più mistici.
Sembra di essere in una foresta incantata sospesa in mezzo al cielo, che oggi è azzurrissimo e la fa sembrare ancora più bianca,ancora più incantata. Una foresta fatta di marmo, fatta dall'uomo, che però è come se si protendesse più in alto, dimentica della terra, e della città, della sua perenne corsa frenetica fatta di lavoro ed ambizione.
E ti fa sentire in pace con tutto.
Anche con Milano.


E poi c'era anche un'altra cosa a Milano che ancora non conoscevo, ma che volevo assolutamente visitare, prima o poi.
Ovvero il Cimitero Monumentale.


Della mia tafofilia ormai vi sarete fatti una ragione.
Non è una malattia contagiosa, è solo una passione per i cimiteri. C'è chi la trova inquietante, e lo dice, alternativamente, con aria stralunata oppure stringendo gli occhi con aria un po' sospettosa - ma vi assicuro che non è nulla di tutto ciò: semplicemente trovo che molti cimiteri siano dei veri e propri musei all'aria aperta - forse perché, alla fine, il dolore è l'emozione più potente e sincera che l'animo umano è in grado di provare, e l'arte che lo esprime è spesso toccante ed intensa.


Il Monumentale di Milano forse non riesce a salire sul podio dei cimiteri più belli che ho visitato: in Italia credo che nessuno riesca a battere l'abbandono poetico e la bellezza decadente di Staglieno, il cimitero di Genova; che a sua volta forse è superato solo dal dedalo di storie e di malinconia gotica del Pere Lachaise di Parigi. Il Monumentale di Torino è poco conosciuto (ça va sans dire) ed ancor meno valorizzato (fra i suoi cancelli vige un frustrante e severissimo divieto di fotografare), ma ha una ricchezza poetica e struggente di forte impatto.


Quello di Milano a mio avviso è più sobrio e freddo, ma è comunque più che meritevole.
L'ingresso è semplice ma maestoso, arioso come fosse un palazzo di campagna, dominato dalle due ali del mausoleo di mattoni che chiari che, sulla balconata sopraelevata, ospita le tombe più pregevoli dal punto di vista artistico. Complessi scultorei strazianti, che cercano di afferrare qualcosa che non c'è più, oppure figure singole, immobili, che guardano un punto lontano ed irraggiungibile, simbolo di uno stadio di dolore più intimo, più inesorabile.


C'è anche il sarcofago del Manzoni, nel cuore del mausoleo, in una sala ampia fatta di marmi e vetro, semplice ma pregiata.
Queste tombe stanno al piano nobile, sormontano tutte le altre che sorgono, più sobrie ed inespressive, fra i lunghi vialetti squadrati che si dipanano in lunghezza, fra i filari di alberi bruciati dall'autunno ed il cielo azzurro e gelido.


E' una caccia - in mezzo alle lapidi più semplici a volte sbocciano piccoli gioielli scultorei di un'intensità inattesa: una piccola figura resa ormai scura dal tempo crollata a terra, straziante nel suo realismo; una lampada di vetro blu ricamata col ferro battuto ormai arrugginito sospesa alla catena di un finto pozzo; ed infine una rappresentazione a grandezza naturale dell'Ultima Cena, in cui gli apostoli hanno un'espressività così marcata da essere quasi buffa.


Dategli una caption.
Secondo me sta dicendo "Oggesù... di nuovo il pane del supermercato. Lo sai che diventa gommoso dopo un giorno".
Oppure "Taaaac - vedi che quando ti metti d'impegno ce la fai a trasformare l'acqua in vino? Così si fa: efficiency, contingency, hardworking! Tac!"


E, anch'io, mettendomi d'impegno, sono riuscita a trovare delle cose belle da vedere a Milano.
Ma, forse, alla fine, l'impegno non è nemmeno stato poi così grande...


2 commenti:

  1. Viva Turin,viva piasa Castell,la Mole,via Garibaldi,ecc. ecc.Condivido pienamente

    Alberto 7

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