mercoledì 15 marzo 2017

Osaka - il lato pragmatico del Giappone


Osaka, dicono, sembra meno giapponese di tutte le altre città giapponesi.
Ma potrà mai essere poco giapponese, mi domando io, se si trova in Giappone? Dal Giappone non si scappa: è un'isola, un microcosmo - non ha confini, non ha mediazioni, si protende verso l'Occidente, sì, ma non si sradica - le sue radici sono profondissime, ben salde, e ogni tanto si tasta per sentire se ci sono ancora, le ripianta un po' più a fondo.
Non ci credo che sia poco giapponese.
Magari è una sfaccettatura diversa del Giappone: meno creativa di Tokyo, meno tradizionale di Kyoto.
Forse più prosaica, forse più estroversa.
Ma sempre Giappone.
Nessuno di noi è mai solamente una cosa per volta, figuriamoci un luogo. Figuriamoci una nazione, millenaria e complessa, che vela la sua anima con un riserbo esoterico quasi impenetrabile per noi Occidentali.


Osaka è il cuore del commercio, degli affari.
Quindi è scaltra, pragmatica - a volte anche un po' sborona, perché anche questo fa parte delle tattiche di un buon venditore.
Osaka è, se vogliamo semplificarla, la Milano del Giappone, via.
Infatti a parte il suo Castello latita un po' di attrattive turistiche.
Ma, voglio dire, non è che Milano la consideriamo meno italiana del resto d'Italia solo perché è così, nettamente più, diciamo, business-driven di tutto il resto della penisola.


Osaka è così, rampante.
Ma non proprio come Milano. E' più sfacciata, più rumorosa.
Talmente sfacciata che, in un paese dove la civiltà ed il rispetto del prossimo raggiungono livelli quasi commoventi per me, che mi lamento sempre dei tanti passi avanti che in Italia dovremmo ancora fare sull'argomento - ci sono treni con carrozze dedicate solo alle donne.


Gli uomini di Osaka, a quanto pare, non si limitano ad essere estroversi e caciaroni. Evidentemente ogni tanto sfociano proprio nella molestia.


Osaka ci accoglie con una città sotterranea attorno alla stazione, che è un centro commerciale fatto di un reticolo di negozi e ristoranti, con una fontana luminosa che inganna l'occhio e crea disegni di luce.
Mangiamo in un kawaii café dedicato a Pompompurin, che non ho mai ben capito che animale sia - però è simpatico, con le sue forme tondeggianti e giallognole e le orecchie lunghe che gli ballonzolano sul corpo pingue.
Il locale è tutto giallo pastello, e ridondante di effigi di Pompompurin - disegnate o sotto forma di pupazzi delle più disparate dimensioni che occupano assertivamente piccole mensole oppure pareti intere.
Ovviamente anche il cibo è Pompompuriforme: il suo faccione è stampato sui pancakes, è impresso sulle fette di pane tostato, il riso ed il purè vengono modellati per riprodurre versioni edibili della sua figura.


Ci sfamiamo con un Pompompurin di vetro ripieno di budino alla vaniglia, con in testa un cappellino di cioccolato ed accompagnato da alcuni altri squisiti dolcetti mignon. Nonostante io sia da ormai un po' di giorni in terra nipponica, il mio organismo è rimasto affezionato al fuso orario italiano: la colazione la vuole salata come se fosse una cena, il pranzo dolce come se fosse una colazione.


In questa fresca bolla sotterranea si sta bene, a girare fra negozi per cosplayer e ristoranti che mettono in vetrina versioni plastificate dei loro piatti - ma non si può rimanere in una bolla per sempre.
Fuori il cielo è bigio e carico di umidità: l'afa è talmente densa che in lontananza la visione si fa sfumata, tremolante.
Lungo il percorso all'interno del Parco Koen che conduce al Castello ci sono dei vaporizzatori che spruzzano acqua nebulizzata sui passanti: qualche istante di sollievo mentre ci mettiamo in coda per entrare.


Il Castello visto da lontano è imponente: un gigante bianco con l'aria marziale appollaiato su un trespolo di roccia, i tetti spioventi all'insù che lo identificano immediatamente come qualcosa che non può appartenere a nessun'altro luogo al modo che al Giappone.
E' un gigante che ha riportato numerose ferite - è stato anche praticamente distrutto, e poi ricostruito.
Si cade e ci si rialza, anche questo è molto zen.


I suoi sette piani oggi ospitano un museo sulla sua storia - e, una volta che la si ha conosciuta, si può avere il privilegio di salire sulle spalle del gigante, fino alla terrazza panoramica in cima, per riuscire a vedere il mondo così come lo vede lui.


Dotombori è il cuore rutilante, quasi psichedelico di Osaka, del suo essere sopra le righe, un po' edonistica, un po' smargiassa.
Dotombori è una via commerciale chiusa al traffico, in cui la folla si accalca fra negozi e bancarelle che sono già accalcati fra loro, affastellati su più piani, stretti stretti a contendersi il marciapiede, facendo a gara a chi è più sgargiante, a quale insegna attira di più lo sguardo. Ed è una dura lotta.
Luci colorate, granchi giganti, pesci palla sospesi nel vuoto, personaggi in stile manga e maxi schermi su vengono proiettati i passanti in strada, sgomitano fra loro per farsi notare.


Oltre ai negozi pullulano i ristoranti e le bancarelle dello street food: Osaka nel suo edonismo pragmatico è anche la patria del buon cibo, e tutte le delizie più famose della cucina nipponica sono nate qui, e qui trovano la loro massima espressione di gusto e raffinatezza.
I profumi si diffondono stordendo anch'essi, sfacciati ed incisivi, l'olfatto così come tutti gli altri sensi sono già ipnotizzati dalle luci e dai rumori.
Ci sono i chioschetti dei takoyaki, le polpette di polpo che si possono gustare camminando e che sono state inventate qui, e poi le locande con la piastra in mezzo al bancone per cucinare l'okonomiyaki, l'omelette di cavolo e noodles, anch'essa originaria di questa ingegnosa città.
Qualunque esigenza di palato o di tasca può trovare soddisfazione lungo il Dotombori - comprese quelle più estreme con il famigerato fugu, il pesce palla che può essere letale se non viene preparato secondo i corretti crismi: solo gli chef che hanno conseguito una specifica specializzazione sono autorizzati a prepararlo - e comunque il veleno presente nei suoi aculei un po' rimane lo stesso impregnato nelle carni, che provocano un leggero pizzicorio alle labbra e un intontimento della lingua quando le si assaggiano.
O almeno così dicono.
Non siamo così temerarie da voler sperimentare.


Piuttosto ci infiliamo in qualche viuzza laterale dall'aria riservata, ispirate dal contrasto che creano con l'allegro caos istrionico che regna sul corpo centrale.
E' una versione "dietro le quinte" di Osaka, fra stradine spoglie e semplici, biciclette, qualche negozietto con il padrone seduto per terra sul marciapiede in attesa dei clienti.
Qualche tempio.


La giapponesità di Osaka forse si trova più qui, nascosta, che nelle sue icone ufficiali.
Non può non essere giapponese, questa città.
E' anch'essa una sfaccettatura del Sol Levante.
Quella pragmatica.
Tanto pragmatica da essere anche edonista.

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