sabato 9 settembre 2017

Praga, e la magia come metafora


Sono qui che voglio scrivervi di Praga - ma il fatto è che non so bene da che parte cominciare.
Non so perché, per le cose, per i posti, che mi piacciono di più - finiscono quasi sempre per mancarmi le parole.
Credo sia un difetto tipicamente comune ad un po' tutta l'umanità, a partire dai tempi di Dante che giunto al culmine del Paradiso rimase muto, lui e la sua penna.
E, se persino il Sommo Poeta non fu in grado di scriverne, forse è normale che capiti anche a me - ma ugualmente mi dispiace, perché vorrei esistesse una forma di linguaggio semplice ed immediata per trasmettere anche la bellezza pura e totalizzante, e non solo il senso critico o le storie connesse ad un luogo.
In realtà non è che non abbia nulla da dire - è solo che mi sento quasi una certa ansia da prestazione, come se quello che vorrei scrivere non mi paia abbastanza, non sia sufficientemente in grado di rendere tutta la meraviglia di un luogo.



Praga ed io abbiamo un rapporto forte - sporadico ma intenso, come con quelle persone che le circostanze ti tengono lontane ma che, in fondo lo sai, di qualunque cosa siano fatte le anime, la tua e la loro sono composte della stessa malinconica, poetica, complicata sostanza.
E, se anche la lontananza te lo fa dimenticare, basta un incontro veloce, un cenno, una parola per fartelo ricordare.


E quindi non so se cominciare da questo, dalla prima volta che ci siamo incontrate, 13 anni fa - della sensazione di déja-vu, di cose prima di allora solo immaginate in qualche modo astratto ed un po' fumoso, e poi lì, vive, concrete, fatte di pietre nere e ricami gotici.
Le città si vivono e si amano su livelli diversi: quasi nessuno, credo, negherà che Praga sia bellissima. Ma per me non è stato solo questo: c'è stato qualcosa di più profondo, un riconoscimento di qualcosa di familiare ed al tempo stesso carico di mistero - ancora da capire, ancora da esplorare.
Forse la cosa più simile agli specchi che esista per le anime è l'imbattersi in luoghi, opere, persone che la facciano sorridere, che le facciano dire "Ah, anch'io".


Oppure se, niente, vi racconto direttamente di questa volta, includendo anche le riflessioni sull'equipaggio di Easyjet con i capelli rossi intonati alle nuance dell'interno della cabina e il tizio travestito da mucca che andava a festeggiare il proprio addio al celibato - ma, va bene, forse è meglio saltare direttamente al momento in cui io & Mackerel Cat siamo uscite dalla fermata di Stare Mesto della metropolitana e, emergendo dalle scale, ci siamo trovate davanti un portico di mattoni che incorniciava la collina del Castello in lontananza.
E lì ci siamo bloccate, in mezzo al marciapiede, con la gente che ci sgusciava attorno, forse un po' infastidita, o forse no, perché Praga non è New York, e, se anche qualcuno ha fretta, sa che la magia, la bellezza e la magia della bellezza hanno un potere più forte, a cui sarebbe peccato non cedere.
E noi, niente, eravamo un po' incantate, di quell'incanto semplice, entusiasta dato dal realizzare di essere lì, davvero lì - in quel posto speciale che sognavi, o in cui sognavi di ritornare, fatto di cose, di mattoni ed asfalto, combinati in un modo che sembra perfetto, in un modo che, se ti fossi messa lì a costruire virtualmente la tua città ideale, non saresti stata in grado di farla altrettanto bene. Ma se lo fossi stata l'avresti fatta esattamente così.


E' la stessa sensazione che mi capita con Londra, ogni volta.
Ora so che mi capita anche con Praga.
Praga probabilmente l'avrei costruita in uno di quei momenti in cui mi sento un po' strega - alle prese con magie che non capisco mai bene se siano malefici o miracoli, e se li ricerco o li fuggo. E nemmeno se sono io a scatenarli o se ne sono vittima.
Se avessi dovuto scegliere io gli ingredienti per comporla, avrei usato senz'altro la luna, la notte, il velluto nero, gli occhi e le movenze di un gatto, il segno zodiacale dello Scorpione, pergamene antiche piene di segreti pericolosi, un sogno di sapienza ambiziosa, gingilli alchemici, un'anima gotica e della buona birra.
Praga è un'attrazione per il mistero, per ciò che è occulto ed arde in maniera pericolosa ma irrinunciabile - e, come ogni cosa che è magica, può giacere sopita e sepolta per un po'; ma inevitabilmente prima o poi riemerge.
Praga me lo ricorda.
E mi domanda anche come abbia potuto rimanerle lontana così a lungo.


Stare Mesto mi affascina fin dal nome.
In realtà significa semplicemente "Città Vecchia" - ma a me viene da pensare alla stessa parola in italiano: "mesto" nel senso di "triste" - e Praga, forse, è in effetti una città intrisa di una specie di tristezza cosmica, esistenziale quasi.
Non in senso negativo: non parlo di tristezza intesa come grigiume, come semplice mancanza ottusa. E' più una malinconia, una tristezza dolce, che parla di cose perse ma che si sono perse perché si sono avute; una tristezza fatta di consapevolezza: per quello che non si ha, per quello che non va, ma anche per tutta la bellezza, per le migliaia di agrodolci, struggenti sfumature di cui è corredata la vita.


Stare Mesto è il modo con cui Praga si presenta, il suo primo impatto, il biglietto da visita.
Anche se si arriva da altre parti della città, se prima si visitano altri pezzi, questo quartiere fa sempre e comunque da valletto, da curriculum vitae e ti mostra l'essenza di Praga vestita con l'abito buono - la sua facciata pubblica che però non è una maschera: è coerente con il suo cuore, con la sua magia, con il suo sapere, il suo animo eccentrico e lunatico che viene esaltato e rispecchiato negli intarsi gotici, nei particolari ricercati, nei colori, negli affreschi, nei vicoli sinuosi, nei portoni che sembrano nascondere storie secolari, nelle finestre che somigliano ad occhi truccati.


Sedersi nella sua piazza centrale è come sedersi fra le valve di una conchiglia: ha un ché di protettivo - e c'è anche qualcosa di vivo e palpitante, come se ci fosse un cuore da qualche parte che batte, oppure tutto intorno.
Le guglie scure di Santa Maria di Tyn occhieggiano da dietro la schiera di edifici color pastello, per ricordarti che Praga è magica, e questa magia è fatta di ombre, complesse e delicate, tanto da essere quasi sacre per ciò che cercano, per ciò che rivelano.
C'è un mago, oggi, sulla piazza, che fa incantesimi con le bolle di sapone.
Restano basse, nell'aria umida e calda di questo afoso pomeriggio di fine agosto.
I bambini le inseguono correndo, e poi le fanno scoppiare. O forse no. Forse in realtà non vorrebbero farle scoppiare - ma ancora non sanno che funziona così con la magia, quando provi a catturarla, a trattenerla.
I piccoli cristalli volanti di aria e sapone continuano a librarsi stancamente. Riflettono ciò che li circonda, lo fanno diventare tondo, trasparente, screziato di rosa, di verde, di giallo. Sembrano incastonarlo per qualche attimo - sembra che ne riescano ad isolare l'essenza, a catturarne l'anima.
Poi si dissolvono, in uno schiocco leggero.
Sono una bolla di sapone anch'io, adesso.
Rivivo Praga per qualche istante, poi scappa via.


Al Ponte Carlo si deve arrivare al tramonto.
C'è gente, c'è musica, ci sono piccole bancarelle di artisti.
C'è troppa folla.
Ma c'è anche qualcos'altro.
Ci sono le sue torri austere, fatte di sfumature scure, di bellezza crudele. E' un'austerità che sembra appartenere ad un altro mondo - un mondo che nessuno ha mai davvero visto, ma che tutti abbiamo immaginato, o sentito in qualche modo: un mondo fatto di draghi che tengono prigioniere principesse, di stregoni persi dietro ad un sogno delirante, di vampiri schiavi di una maledizione eterna. E di qualunque altra metafora la narrativa abbia saputo usare per descrivere certi angoli, complessi e contraddittori, bui e potenti, che giacciono un po' nascosti nell'animo umano.
Ci sono le sue statue, schierate come il picchetto di un esercito sulle sue balaustre.
Come se si dovessero animare e - non si sa bene, se proteggerti o confonderti.
Ed infine arriva.
Il canto di agonia del sole dietro la collina del Castello.
La luce è un fiotto dorato potente che sgorga dal cielo e si riversa sulle acque del fiume.
Le ombre si allungano, i chiaroscuri si fanno intensi e somigliano a qualcosa che sa di anima.
Praga ha angeli custodi che sono anche demoni.
E vivono tutti qui, sul Ponte Carlo.


Quando la notte cala, la magia si illumina di luci diverse.
Partono da Hradcany, accarezzando il suo profilo nobile, scivolano sulle acque nere della Vltava e si insinuano nei vicoli di Mala Strana.
Hanno un'intensità - che però non è sfavillante, perché il mistero non lo è mai.
Il mistero ha una sua pacatezza, una sua indifferenza.
Non cerca l'attenzione altrui. Sei tu che cerchi lui, come una falena ipnotizzata. Come un miraggio nel deserto, che non si può raggiungere ma che fa camminare senza sosta.
Praga è la città degli artisti tormentati, degli alchimisti impazziti dietro la chimera della vita eterna. E' la città di chi vuole raggiungere ciò che sa essere irraggiungibile - eppure non riesce a darsi pace, lo deve inseguire.


Praga è fatta di fantasmi - e, forse, in fin dei conti, è questo che insegue chi corre dietro all'irraggiungibile.
Fantasmi.
Fantasmi di luce che muoiono sulle acque della Vltava, fantasmi di ombre che si nascondono dietro alle finestra della Torre delle Polveri.
Fantasmi di cose lontane ed ormai defunte; fantasmi di cose solo sfiorate, e che, come tutti i fantasmi, dovrebbero essere lasciati andare, per poter dar loro pace.
Ma che, stanotte, fra i vicoli di Praga, appaiono bellissimi...

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