domenica 31 dicembre 2017

Scarafaggi, scoiattoli e rose (Boston - un inizio)


E' lunedì mattina e Boston sta sonnecchiando ancora un po'.
Oppure si stiracchia, e con la faccia ancora stropicciata, un po' intontita, scende in strada.
Il cielo è grigio, ma non è una cortina invalicabile: è un grigio tenue, luminoso, segno che dietro il sole si sta forse sforzando in qualche modo di farsi strada - o di ricordare che lui esiste in ogni caso, anche quando ci sono le nuvole.
Io non ho sonno.



O forse sì, ma sono in quella strana bolla di intontimento in cui ti infila il jet-lag - quando vorresti dormire ma non ci riesci, sei stanca ma al tempo stesso non riesci a stare ferma, il tuo cervello litiga col tuo corpo e alla fine non hai più certezze su che cosa vorresti veramente.
Insomma, avere il jet-lag è un po' come essere innamorati - ma quando non si dovrebbe.


Io, in più, ho anche uno scarafaggio.
Nascosto da qualche parte nella vetusta e polverosa moquette del mio albergo simil-motel, un po' alla Psycho, un po' Selvaggio West anni '60.
"Ogni macchia è una storia" ho pensato, per darmi coraggio. Però in effetti dipende che tipo di storie sono, e il coraggio mi è venuto un po' meno.


Ero atterrata al tramonto, la sera prima, e atterrare a Boston al tramonto include sempre uno spettacolo gratuito - quello delle coste del New England, con i loro fari e le loro insenature, che diventano specchi dorati mentre sullo sfondo il cielo prima si imporpora e poi si infiamma.
Senza rendermene conto ero stanca - e il mio taxista è fiero di aver votato Trump.
Ammetto che questa fosse una curiosità antropologica che mi volevo togliere, conoscere un suo sostenitore e capirne le motivazioni subconsce, se hanno semplicemente radici poco profonde facilmente sospinte da retorica e populismo, oppure se c'è dell'altro - ma in quel momento il mio cervello era troppo poco elastico per poter riuscire ad argomentare e ad indagare a dovere.


Volevo solo crollare in un letto, senza nessuna dignità, anche se emana odore di polvere e disinfettante.
Al fondo del labirinto di moquette con le porte antincendio che sono state riverniciate di fresco, c'è la mia stanza.
Apro la porta, accendo la luce e lo vedo, che zampetta rapido a nascondersi sotto al letto.
Uno scarafaggio americano. Più grande dei nostri. Più scarafaggio.
Forse è un gentile omaggio dell'albergo: sapevano che mi sarei sentita sola in questa mia trasferta oltreoceano e mi hanno gentilmente offerto gratuitamente il servizio pet-therapy.
Purtroppo avevano finito i gattini.


Che poi io, in realtà, non ho particolari razzismi legati agli scarafaggi.
Solo, preferisco non dover condividere con loro spazi vitali troppo ristretti. Più che altro la loro presenza mi disturba perché è indice di scarsa igiene nel circondario. Ma che il mio hotel avrebbe qualche problema a passare indenne un'ispezione dei NAS lo avevo già capito prima di incontrare il mio coinquilino.
Però per qualche motivo la sua presenza ha contribuito a rendere ancora più inquieto e singhiozzante il mio riposo notturno.
Non sono sicura, ma credo di aver sognato Trump che voleva costruire un muro fino alla Spagna e lasciarmi fuori.
Chissà cosa stava sognando il mio scarafaggio, invece.
Forse di essere Kafka.
Magari era un colto scarafaggio intellettuale proveniente da Harvard, che ne so io.


Alla fine mi sono arresa (al jet-lag, all'ansia, a Trump) e mi sono alzata.
Ho detto allo scarafaggio "Senti, facciamo un patto: tu non ti fai più vedere e cerchiamo di convivere in pace".
E me ne sono venuta qui al parco ad aspettare l'ora di cominciare a lavorare.


Il Public Garden è silenzioso.
Solo qualche jogger mattiniero percorre i suoi vialetti - oltre a me.
Le barchette a forma di cigno dentro il lago non ci sono, e gli anatroccoli in fila indiana del Make Way for the Ducklings non hanno nessun bambino a fargli compagnia.
Ripenso alla mia amica Lisa che qualche anno fa voleva fare una foto della statua senza nessuno sopra ed aveva chiesto alle mamme di far allontanare un attimo i figli.
Con le mamme di Boston aveva funzionato, con quelle di New York, per fotografare Alice in Wonderland a Central Park, no.
Adesso è strano vederla vuota.
La fotografo e gliela mando.
Le rose hanno una cera malinconica - forse è l'autunno, forse è questa patina di cipria grigia un po' assonnata in cui tutto il parco è avvolto.
O in cui sono avvolta io, non lo so.
In ogni caso è bello lo stesso.
Ho un debole per la malinconia. Ce l'ho sempre avuto.
E finisco sempre per sentirmici a mio agio. Come una seconda pelle. Come se la mia pelle non esistesse davvero e quello che ho dentro andasse a finire anche fuori, tutto attorno a me.


Il mio zaino pesa.
Come il pc che contiene, e, a volte, qualcuna delle responsabilità che a sua volta contiene.
Mi siedo su una panchina, anche se è umida di rugiada.
Ho tanti pensieri in testa, che si inseguono in maniera piuttosto contorta - e non c'è un reale motivo, non deve sempre esserci per forza, però fanno un gran casino, ed è in contrasto con il silenzio pacifico che c'è intorno.
La malinconia può essere profondamente serena, a volte.
Qui lo è.
Provo a zittire i miei pensieri senza riuscirci - e allora li lascio andare, arroganti, goffi e paranoici come bulli di quartiere.


Uno scoiattolo grassoccio salta sulla panchina di fianco a me.
Ci guardiamo fissi per qualche istante.
Resto immobile per non spaventarlo, per non farlo scappare - ma poi capisco che non è facilmente spaventabile, ha un rapporto molto più sciolto ed amichevole con gli umani rispetto al mio scarafaggio da camera.
Non biasimo il povero insetto, però: d'altro canto a lui nessuno offre noci o biscotti, deve accontentarsi di usufruire clandestinamente di scarti organici ed avanzi, e lottare quotidianamente per salvare la corazza da continui tentativi di omicidio preterintenzionale.
Lo scoiattolo sa di piacere, ed ha imparato a fregarsene della paura: è tutto più facile se nasci scoiattolo anziché scarafaggio.
E questo scoiattolo in particolare non solo ha le idee ben chiare su quale debba essere il ruolo degli umani all'interno del suo microcosmo, ma ha anche affinato le tecniche di richiesta e sollecito a livelli ammirevoli: con la zampina anteriore si batte il petto - e, magari sarà casuale, ma sembra davvero che dica "Dammi qualcosa, inutile umana".
Rido.
Scoiattolo intelligente.
Magari arriva dal MIT. Sfrutta il suo QI per scopi pratici ed utili, non come il mio scarafaggio che si sarà anche letto l'opera omnia di Kafka ma non fa altro che restare nascosto sotto al mio letto.
Forse è sconfortante che io stia già cominciando a chiamarlo il "mio" scarafaggio. E che per qualche contorto motivo stia anche cominciando a provare una malata simpatia nei suoi riguardi.
In ogni caso credo che preferirei lo scoiattolo come animale da compagnia.
Dovrei solo procurarmi delle noci da qualche parte.


Ma per adesso non ne ho, e lui se ne va.
C'è questa cosa che mi piace dei parchi cittadini americani: sei immerso in questo cuore verde, talmente silenzioso, talmente pieno di pace che, se chiudessi gli occhi per qualche istante, potresti anche fingere di essere altrove, lontano dalla città e dai suoi ritmi - ma quando gli occhi li apri e li alzi, vedi che oltre agli alberi, sopra, dietro, c'è sempre una foresta di grattacieli.
A Boston questo contrasto è meno spiccato che a New York, ma, ugualmente, le chiome dorate dal proverbiale foliage del New England sono dominate, sullo sfondo, da qualche gigante di vetro.
Non so spiegare cosa mi piaccia in questo.
Forse perché è una contraddizione, e nelle contraddizioni trovo che ci sia sempre personalità. O, come diceva Vladimir Holan, speranza.
Forse perché, se sei nel parco, per qualche istante vorresti dimenticarti dell'esistenza dei grattacieli; però, se invece sei nel grattacielo, magari ti potrà far piacere ripensare al parco.
E sapere che questa città può riuscire ad essere entrambe le cose.


C'è una bambina che sta passeggiando con in mano delle rose recise.
Sua madre le dice "Come on, give one to that lady".
Si avvicina a me e mi offre una rosa bianca.
Le sorrido, stupita, e la ringrazio.
Si allontana, a regalare altre rose random a sconosciuti.


La annuso, la mia rosa, è fresca.
Penso a quanto sia stato inatteso, e bello, e strano che io sia tornata qui.
E che forse la cosa più bella e strana è che tutto mi sembra famigliare - come se non fossi mai andata via, come se, in un certo senso, ci stessimo cercando.


Vado - e qualche ora dopo la mia rosa è appoggiata sul tavolo di un ufficio, vicino ad una tazza con su scritto "Always do what you love".
Già.
Bisognerebbe sempre fare ciò che si ama.
Non sempre è possibile, però. O perlomeno non è facile.
In ogni caso vale la pena lottare per riuscirci.
Nel frattempo si può anche provare ad amare ciò che si fa, qualunque cosa sia.
Le contraddizioni sono fonte di speranza perché ci dicono che una cosa non esclude l'altra.
Che se anche le cose non sono nel modo in cui vorremmo, non dobbiamo dimenticarci che comunque ci sono, che le abbiamo realizzate.
Che, se qualcosa esiste, esiste lo stesso, indipendentemente che a noi piaccia o no. Che ci sembri sbagliato, insensato o no.
E che, magari, se proviamo ad ascoltarlo, nella sua insensata testardaggine, da qualche parte ci porterà.
Forse non in quella che speravamo, ma nemmeno in una del tutto sbagliata.


La mia rosa bianca mi ha fatto compagnia durante i miei giorni a Boston da un bicchiere di plastica poggiato sul comodino del mio Psycho-hotel, al posto dello scarafaggio che non ho più incontrato.
Ora l'ho fatta essiccare e la tengo in soggiorno, in un vaso assieme ad altre rose essiccate.
Ognuna di queste rose ha una storia interessante.
E questa era la storia della rosa bianca di Boston...

1 commento:

  1. adesso ho capito perché volevi la rosa.

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