lunedì 30 aprile 2018

Parigi, in un soffio



Parigi, ogni tanto, ci va.
E' autunno, sono triste ma anche un po' felice - forse semplicemente si chiama malinconia, e dipende dalle cose che si sfiorano soltanto, e da quelle che sono candidate a diventare ricordi. E non si sa mai bene come si debba definire, un ricordo: se sia più qualcosa che si ha avuto, oppure qualcosa che si ha perduto.
Forse entrambe le cose.
Ed è qualcosa - questo strano miscuglio di emozioni amare e calde, che si abbina bene all'autunno. Perché sussurrano, non gridano. Perché vorticano, ma delicate, come una specie di danza.
Come una foglia che cade.
E' un giovedì sera di inizio novembre, e Tabby Cat ed io ce le stiamo raccontando queste emozioni - che hanno un nome ed un cognome, ma alla fine siamo più che altro noi stesse.
Domani partiamo per Parigi - e intanto beviamo vino rosso piemontese.



Il TGV parte presto, da Torino.
Abbiamo un muffin alla Nutella che serbiamo come un piccolo tesoro avvolto in un sacchetto, da consumare quando saremo a metà viaggio - e intanto i boschi verdi e le campagne della Savoia corrono via sul nostro finestrino.
Tabby continua a ripetere che sono diverse.
Sono diverse dalle nostre campagne, dai nostri prati, dal nostro verde.
Sembrano più curate, più autentiche.
Belle da parere un quadro - più che la realtà.
"Ma sei hai appena detto che sono più autentiche - come possono al tempo stesso non sembrare reali?"
Boh.
Autentico vuol dire genuino, integro, fedele a se stesso. Che ama se stesso, che si impegna per diventare ciò che vorrebbe essere.
La realtà è la contingenza, è quel che accade.
La realtà è ciò che vuole apparire, ciò che finisce per sembrare - e non sempre, o addirittura raramente, è fedele con ciò che è.


Arriviamo verso mezzogiorno, ci infiliamo in mezzo ai boulevards dietro la Gare de Lyon.
Sono vie fatte di palazzi a modo loro austeri, di un color crema che si ingrigisce con gli anni, col rispecchiarsi nell'asfalto - eppure è Parigi, lo si capisce subito, lo si capisce anche qui.
L'austerità non è squadrata: più che spigoli ha linee morbide, qualche voluta vezzosa che è come una luce ammiccante nello sguardo di un'educanda, che per obbligo di disciplina deve tenere gli occhi bassi, ma se potesse vorrebbe indossare un vestito da festa, non una divisa severa.
C'è qualche graffito, qua e là, che ricorda che Parigi ha tante anime - e molte di queste sono ribelli.
C'è qualche bistrot, che illumina di rosso scuro la finta sobrietà dei palazzi color crema.


Ci fermiamo a mangiare un croque monsieur sedute ad un tavolino dall'aria vissuta.
Solo Parigi riesce a dare personalità, fascino bohémienne, a quello che altrove sarebbe solo vecchio ed un po' triste.
Qua ha un'anima - quella di questa città, artista e ribelle, intellettuale ed edonista, perduta ed elegante.
Il tavolino di modernariato consunto, la sedia dallo schienale arrotondato, la vetrina appannata con le scritte dorate, l'oste con l'andatura un po' sbilenca da marinaio di porto e la voce roca, ridanciana. Seduto fuori, un anziano con gli occhiali rotondi ed un completo elegante ma stropicciato legge il giornale con una sigaretta strizzata fra le labbra. Di fianco a noi, una donna di mezza età robusta, avvolta in un pelliccia sintetica rosa sorseggia un bicchiere di vino canticchiando qualcosa fra sé.
E sai che non potresti essere altrove.


Parigi ha l'aria di chi deve bere per dimenticare.
O per non pensare - perché dimenticare non si può, e in fin dei conti nemmeno si vuole.
Ha l'aria di chi ha capito troppo, e vorrebbe essere un po' più stupida - quindi ride, e balla, esagera, si ubriaca, prova tutto, perché vorrebbe poter scappare, ma ha capito che scappare da se stessi è cosa impossibile.
Quindi tanto vale pigiare sull'acceleratore.
Fare arte.
Scrivere pensieri assurdi eppure veri.
Scrivere del dolore e della vita, oppure dipingerla - mezza perduta e marcia com'è, eppure bellissima.
Dare tutto quel che si può, finché fa male.
E poi anestetizzare con qualche follia, ridendo a squarciagola.


Parigi d'autunno è un tappeto di foglie.
E' spietatamente romantica - nel senso emotivo del termine. Ma del resto cos'è il romanticismo se non proprio questo, se non provare emozioni senza filtri, senza dubbi? C'è chi dice che andrebbe provato, che potrebbe portare cose incredibili fra cui la felicità; c'è chi assicura invece che vada evitato, che lasciare la razionalità disattivata sia un gioco troppo pericoloso - come minimo si rischia di innamorarsi.
Però non è un fuoco, ed è questo che ti frega.
E' Parigi d'autunno, ed è lieve: è come una carezza - non ti forza a seguirla, ma sai che lo devi fare.
E il tuo treno di pensieri parte ancora una volta - lento, ma inesorabile.
Parigi d'autunno è fatta di malinconia - e la malinconia è un commiato a ciò che si ha perso.
Ma non è solo tristezza, è anche gratitudine.
Perché per perdere qualcosa bisogna prima averlo.


E le foglie sono dappertutto, a ricordartelo.
Attraverso i Campi di Marte, sprofondate per terra come memorie.
Nei parchi cittadini, a coprire i piedi degli alberi spogli, che agitano i rami vuoti contro il cielo grigio. E, se di solito guarderesti in alto, oggi non puoi far altro che guardare in basso. Sono giornate ancorate al passato. Come omaggio, o come addio.
Ma ci sono foglie ancora sugli alberi, ancora aggrappate con forza - morte viventi, bellissime nella loro luce di cose che stanno per finire. Memoria selettiva, che ricorda solo i lati migliori quando tutto è in procinto di concludersi. Ricorda quello che ci mancherà - e lo stringiamo ancora un po'.


Da dietro questi alberi, sul Lungo Senna, si affaccia in lontananza la Tour Eiffel - soubrette sul palcoscenico che ripara dietro ventagli di piume prima di cominciare il suo numero.
E' un'altra magia di Parigi.
Quello che altrove sarebbe stato un incolore intreccio di metallo, una sorta di parente inutile di un traliccio dell'alta tensione - qui è diventato un simbolo.
Parigi è talmente bella che se lo può permettere: può usare come sua icona qualcosa che di per sé sarebbe brutto - come una ragazza carina finisce inspiegabilmente per esserlo ancora di più andandosene in giro in felpe informi e con i capelli raccolti in uno chignon trasandato. La fa diventare pop, declinandola in un'infinità di versioni diverse, come se fosse un quadro di Andy Warhol; le fa proiettare luci, come un faro nella notte; ci sale sopra, per ammirare meglio tutto il resto, tutta la bellezza di cui questo strano traliccio metallico è diventato il riassunto agli occhi del mondo.


Camminiamo - e ogni tanto mi astraggo, mi perdo nei déja-vu.
Non di cose che ho visto qui: di cose che mi appartengono ad un altro livello.
E' perché Parigi e Torino si somigliano: hanno qualcosa - un'aria di famiglia, una specie di struttura ossea, che, seppur rimescolata in ricombinazioni diverse di cromosomi, ogni tanto emerge come un sentiero sepolto quando la marea si abbassa.
Mi confonde, eppure mi fa sorridere. Un po' come quando ti risvegli in un letto che non è il tuo, ma, nello stordimento del dormiveglia, che ha come complice l'oscurità, per qualche istante pensi di essere a casa tua - ma che ci deve essere qualcosa di strano.
Forse è quest'aria nobile, dalla grazia ariosa, dalla sobrietà vezzosa, che le accomuna.
Forse è il fiume grigio, con i suoi camminamenti pedonali ed i ponti massicci, fatti di statue e lampioni.
Oppure le strade ordinate, i viali alberati, i palazzi color crema.
Ma l'astrazione dura pochi istanti - appena riprendi controllo della tua parte cosciente realizzi dove sei: non nel tuo letto, non a Torino.
C'è, a ricordartelo, qualcosa di più grande, di meno raccolto. Qualche particolare sfarzoso, un angolo di pomposità a ricordare che Parigi è la cugina ricca.
E che ci sono cose che possono esistere solo lì.


La crosta della creme brulée la rompo con il dorso del cucchiaio, come Amélie.
Lo zucchero caramellato è croccante, con quella punta di amaro che controbilancia la crema morbida, sinuosa.
Montmartre è una conquista da fare a piedi, arrampicandosi sulle gradinate bianche del Sacre Coeur, lasciandosi alle spalle il carosello dei cavalli e girandosi ogni tanto per vedere quanto in alto si sta salendo, che colpo d'occhio si è riusciti a conquistare.
Il cielo è scuro e Parigi sembra lontana, sfumata in lontananza - eppure è sempre qui, tutto attorno.
Montmartre è una calamita per i turisti, ma oggi sembrano restii.
Forse è il tempo. O forse abbiamo seguito l'istinto e stiamo circumnavigando i punti di ritrovo della folla, imboccando i vicoli attorno a Place du Tertre, fatti di lunghe discese di ciottoli e case bianche.
Una coppia di sposi venuta dall'Estremo Oriente si sta facendo fotografare davanti ad un lampione.
Un anziano con la sigaretta in bocca scruta la gente davanti ad un calice di vino rosso.
Parigi è sempre giù da basso, noi in alto.
E il cielo scuro si trasforma in pioggia.
Gli sposi aprono l'ombrello.
Io butto indietro i capelli scompigliati, rivolgo il viso alle gocce e sorrido.
Poi lo apro anch'io.


Notre Dame di notte è come una chimera.
Una visione che, se ti comparisse in sogno, sapresti che non ti potresti fidare perché non sarebbe vera.
Ma se non sogni, e sei solo a Parigi di notte, sai che Notre Dame è Notre Dame, e la puoi seguire, come se fosse una specie di faro che ti guida, e ti porta all'Ile de la Cité, nel cuore della Ville Lumiere - un cuore buio e medievale, ma illuminato da questo piccolo capolavoro divino fatto da tanti uomini mortali ed ormai morti.
E, se è questa l'anima di Parigi, allora sappiamo che brilla, ma è più nascosta - è bella, ma è meno sfacciata. E' fatta di cose complesse e a tratti indecifrabili, ha qualcosa di mistico e qualcosa di oscuro. Ha secoli di storie e di segreti ripiegati su loro stessi fino a scolpire ricami nella pietra, fino a ricoprirsi di polvere che ne altera i lineamenti, che li fa dimenticare.
Ma Parigi ha tante anime.
Non c'è solo questa.
Ci sono tutte quelle che vogliamo conoscere, fra quelle che avrà intenzione di mostrarci.


Io, per stavolta, scelgo questa.
E mi infilo davanti ad un piccolo antro nascosto che c'è lì davanti.
Si chiama Shakespeare & Co., è una libreria che sembra trapiantata da un altro tempo e da un altro luogo, da qualche minuscolo paesino inglese di parecchi decenni fa, qui ed ora, sulle sponde dalla Senna.
Qui non so se ci sia l'anima di Parigi, ma, fra le pile di volumi fino al soffitto negli scaffali di legno, le nicchie in cui rifugiarsi a leggere, le citazioni scritte a mano sui muri e l'insegna fané, di sicuro c'è la mia.


Siamo di nuovo in treno.
Sorseggio un latte macchiato al caramello dal bicchiere dove hanno scritto Sérina. La mia collezione di errori di spelling starbuckiano del mio nome si arricchisce sempre di più.
Seduta davanti a noi, una ragazza si sta lamentando di una sua amica che non le ha nemmeno fatto una telefonata di auguri per la discussione - no, scusa, per la presentation della tesi di master che ha appena fatto.
Poi di un'altra amica che invece è venuta fino a Parigi per sentirla - e chi l'ha invitata.
Il fidanzato con una scusa si avvia verso la carrozza ristorante e ci resta un po'.
Stiamo tornando indietro.
Però il bello di farlo in treno è che il rientro è graduale: il paesaggio scorre veloce eppure lento sui finestrini, e si sfuma - non c'è uno stacco netto fra quello francese e quello italiano, e quasi non mi rendo conto di aver attraversato il confine.
Ma questi non sono più déja-vu, sono ritorni.
E qua, l'autunno, la malinconia d'improvviso sembrano meno dolci.
Però Parigi ci ha insegnato che possono esserlo.
Chissà se ce ne ricorderemo...


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