lunedì 4 giugno 2018

Cartolina dal Salento

Santa Maria di Leuca

Sole, mare e vento - e poi, qualcosa di più.
La costa è fatta di promontori aspri, di terra rossa, bruciata. Di rocce bianche, taglienti come sanno esserlo le parole - una bellezza fatta di silenzio, di blu.
La strada sembra sempre essere in salita, come se non scendesse mai.
Sono curve rosicchiate alla roccia, che ti concede di attraversarla per lasciarti vedere il mare.
C'è quell'appannatura di trascuratezza che si ritrova in tutto il Mediterraneo, fatta di troppa concretezza - che può venir vista come negligenza, ma che forse è solo una visione diversa, non un'indifferenza verso la bellezza che circonda, ma solo una sua integrazione in uno stile di vita più semplice, meno attento all'estetica.
Un po' di cemento di troppo, qualche costruzione abbandonata a metà.
E' ottobre e ci sono pochi turisti.
C'è silenzio. Silenzio nei vicoli dei paesini, che sono un labirinto bianco da cui speri prima o poi di emergere per vedere il mare. Silenzio sulle spiagge, belle come se venissero da luoghi assai più remoti. Silenzio in cima ai promontori, con quelle rocce grandi che ti fanno guardar lontano - e se ci fosse il cielo più terso vedresti persino l'Albania.



[Il silenzio è fatto di tante cose - e parla, certo, ma va interpretato. Ed è vero, io l'ho sempre interpretato a mio favore, è così che fan tutti. Ma a volte ho provato anche ad interpretarlo a mio totale sfavore, per poi poter fare una media e magari riuscire ad intravedere la verità. E la verità, forse, è questa: che il silenzio non è poi fatto di tante cose - è solo fatto di cose che non si vogliono dire e di cose che non si possono dire. Il silenzio è una scelta. E quando parla c'è solo una cosa che è facile da capire: quello che non ti sta dicendo]

Leuca

Santa Maria di Leuca è il punto più ad est dello stivale.
Qui ci sono due mari che si incrociano, e, a volte, si riesce a vedere: si danno una spallata cameratesca e c'è questo filo verticale di schiuma bianca che si perde all'orizzonte.
Lo spiazzo del santuario è grande, arioso. Sembra una rincorsa per prendere fiato, prima di saltare. O prima di aprire le braccia e lasciarsi andare.
C'è anche il vento che ti accompagna.
Ti soffia nei capelli e ti dona l'illusione di star volando.
Se accarezzare un gatto è una metafora sicura per accarezzare una tigre, avere il vento nei capelli mentre si guarda il mare è una metafora sicura per capire cosa significhi essere liberi.
Sole, mare, vento.
E' lo slogan pubblicitario di questa terra.
Ma, prima ancora, è anche la sua essenza.


[Di metafore noi ne sapevamo un sacco. 
Siamo stati, del resto, la metafora di ciò che avrebbe potuto essere ma che non c'è mai stato. 
Una volta mi hai detto che tu non avevi bisogno di viaggiare perché avevi già tutto quello che volevi. Ma anche il viaggio è una metafora, sai? 
Il viaggio è una risposta a domande che non sapevamo neanche di esserci mai posti. Però queste risposte bisogna saperle ascoltare. 
Con il viaggio si impara a conoscere molte cose, ma soprattutto si impara a conoscere se stessi. Ma bisogna volerlo. Non è facile, non è indolore. 
"Non merita la pena andare in Grecia, è uguale al Salento" 
"Come fa ad essere uguale? Si parla greco, si beve l'ouzo, ci sono le casette bianche con i tetti blu..." "Sì, ma a parte questo..." - no, è proprio questo. 
E' proprio questo che conta: scoprire le cose diverse e quelle uguali, e poi vedere come si amalgamano tutte insieme per creare qualcosa di unico. E ritrovare in ogni posto un pezzo di te. 
Io avevo promesso che sarei venuta qui. Volevo cercare quali pezzi di me ci sono nella vostra terra. Ma dovevo farlo solo quando tutto sarebbe finito da tempo. Era perché così sarebbe stato un modo per chiudere un capitolo. 
Anche questa è una metafora, volendo]

Ciolo

Il Ciolo è un fiordo, dove l'acqua si insinua sottile fra i promontori rocciosi.
I fiordi hanno un che di drammatico - sono strapiombi in cui l'abisso si trasforma in una bellezza ipnotica. Forse perché è qualcosa che non ti aspetti. Forse perché è la prova che non c'è nessuna barriera che possa essere distrutta - nemmeno questa parete altissima e spinosa di roccia.
E' quasi una similitudine esistenziale, dove il mare è l'irrazionale, è ciò che non ti aspetti - è quella forza brutale ed indomabile che arriva e ti sconvolge i piani. A volte viene da fuori, può essere il destino che te la manda. Ma, più spesso, in realtà viene da dentro. Nasce dentro di te, da tutto quello che non puoi vivere. O che non vuoi vivere. E che cresce all'ombra come un drago dormiente, si alimenta dell'ombra ed attende, silenzioso, il momento opportuno per uscire allo scoperto.
E il Ciolo non è soltanto un fiordo.
E' anche una grotta. Un buco nel blu.
Che si sfuma, che diventa più intenso, più cupo perché più profondo, man mano che ci si avvicina all'apertura.
Non è soltanto mare.
E' un ulteriore segreto che il mare custodisce. E' qualcosa di bello che un po' spaventa.
Ma forse spaventa solo guardandolo da qui, dal ponte a 40 metri di altezza. Forse andandoci vicino è più facile trovare il coraggio di entrarci.
C'è anche chi si tuffa da qui.

Marina Serra

[Mi avevi detto che anche tu lo facevi - ma forse non era vero. 
Mi dicevi che, se fossi venuta in vacanza in Salento, avrei potuto stare per ore in spiaggia a leggere - ma a me non piace stare per ore in spiaggia a fare alcunché, devo girare. 
Mi chiedevi di spiegarti perché mi piace tanto il Regno Unito, mi dicevi "Convincimi". Ma non ti devo convincere, ti rispondevo, una cosa o ti piace o non ti piace. 
Mi prendevi in giro perché non so nuotare. Ma tu forse avevi più paura di me. Non di nuotare nel mare, intendo. 
E' una metafora, anche questa. 
E penso che in realtà nessuno di noi due fosse davvero bloccato dalla paura. Solo non eravamo capaci. 
O non ritenevamo ne valesse abbastanza la pena di sforzarsi di imparare]

Marina Serra

A Marina Serra si scende fra muri brutti di cemento. Costruzioni abbandonate a metà, banalità fatiscente.
Ma poi c'è il mare, ed è qualcosa di improvviso e strano, che sbuca fuori.
Non te lo aspetti così bello.
Ci sono delle pozze naturali che hanno l'acqua sfumata di verde. Sono come un'oasi, un abbraccio protetto e tranquillo contro il mare aperto, che è blu, che è sconosciuto. Che, come tutte le cose libere, un po' fa paura.
C'è una grotta, anche qui.
Si chiama Grotta della Foca. Ogni primavera, una foca monaca viene qui in villeggiatura fino alla fine dell'estate.
Una gradinata naturale, ripida e scivolosa, ti accompagna fino all'interno.
La foca ha già fatto le valigie - rimane solo il silenzio della bellezza cupa della sua casa delle vacanze fatta di rocce ed acqua blu cristallo, che, per qualche strano gioco di luce, in certi punti vira anche sul rosa.
E' come se questa grotta non fosse una bolla isolata rispetto al mondo esterno, ma come se, in un certo senso, ne stesse trattenendo e distillando l'essenza: c'è quello che c'è fuori - ma solo la parte più bella, a sua volta resa più intensa, più vivida.

Grotta della Foca

["Non si sa perché la foca venga proprio qui, tutti gli anni" - dicono qui.
E' necessario, avere sempre un perché?
Io non ho sempre un perché. E sono un essere umano, razionale, logico, autoanalitico al limite della vivisezione dei miei stessi pensieri. Ma la logica opera secondo schemi che invece la nostra parte emotiva non può usare.
Non c'è sempre un perché, quindi. E una foca, probabilmente, è più libera di un essere umano nel poterlo non avere. E' più libera di rimanere nella sua grotta di realtà distillata, di realtà bella ed intensa, con un po' di rosa che inspiegabilmente si aggiunge al blu - anche se sa che ci può rimanere solo quando è estate.
Non c'è un perché. Le piace, semplicemente. Il fatto di piacere racchiude in sé un perché intrinseco.
I perché non sempre ci sono.
L'importante è che ci siano le consapevolezze]

Cala dell'Acquaviva

La Cala dell'Acquaviva si chiama così perché la sua acqua ribolle.
Non ribolle per il calore, ma, al contrario, per le correnti fredde di acqua dolce che si rimescolano con quelle più calde provenienti dal mare.
E' un fiordo, rinchiuso fra due pareti di roccia ripide, su cui cresce quasi per caso qualche sprazzo di vegetazione mediterranea - un'amicizia all'apparenza improbabile, eppure duratura.
L'acqua è trasparente, ed invitante.
Il freddo ti coglie a sprazzi, e di sorpresa.
Tanto che, inizialmente, non riesci neppure a distinguere di che sensazione si tratti. Non sei preparato.
Va e viene.
Ti accarezza, a volte ti prende a schiaffi.
E non riesci a distinguere: sono le correnti fredde che si infiltrano in quelle calde, oppure è il freddo a dominare, e sono le correnti calde a fare da minoranza, da rarità, da sprazzo improvviso, da refolo di vento?

Cala dell'Acquaviva

[Ero io.
Eri tu.
Il problema, la soluzione. La soluzione a cosa? Non avevamo problemi prima di diventare un problema noi stessi. E se il problema siamo noi stessi, non dovremmo racchiudere in noi anche la soluzione allora?
Ci siamo fatti bene, ci siamo fatti male. Quale delle due cose di più?
Non lo so.
Non lo so che cosa fosse.
Era quel che era. Due cose insieme, o forse più di due. Due verità che si contraddicevano reciprocamente. Ossimoro di quel che avevamo dentro, prima ancora che di quel che c'era fra noi]

Castro Marina

Castro Marina è un piccolo borgo incastonato in alto.
Il suo nome lo dice, è racchiuso fra spesse mura di pietra, che un tempo servivano per difendere - oggi servono per camminarci attorno e vedere il panorama della costa dall'alto.
Castro è un nugolo di case bianche inerpicate in salita, con una cattedrale che forse sorge sulle rovine di un antico tempio greco, a voler testimoniare che un luogo sacro rimane sempre sacro, con orti e terrazze coltivate ad ulivi che sono piccole nicchie verdi e segrete in mezzo al labirinto di pietra dorata che sono le sue mura - le quali, infine, si aprono su di un belvedere circolare che riporta i versi dell'Eneide.
Castro è uno dei paesi che rivendica di essere il luogo in cui Virgilio fece sbarcare Enea sulle coste italiane mentre fuggiva dalla sconfitta di Troia.

Castro Marina

[Le mura, mi son sempre chiesta, proteggono o imprigionano?
Questo è il problema delle armature, immagino.
E' il problema di tutto ciò che usiamo per difenderci - o che scegliamo di difendere.
Alla fine ci imprigiona anche.]

Porto Badisco

Un altro di questi paesi è Porto Badisco.
Non so, ma al posto di Enea forse avrei avuto una lieve preferenza per quest'ultimo - anche se, oggi, tenta di mettere meno in mostra questa supposta scelta. Non ci sono citazioni dell'Eneide scritte in giro.
C'è solo l'acqua limpida, le rocce, l'abisso che ti chiama per un tuffo.
Ma, forse, è appunto per questo che Enea avrebbe potuto sceglierla - se avesse saputo, se avesse in qualche modo intravisto il futuro, magari intraleggendolo fra i riflessi dell'acqua increspata o fra le zigrinature delle rocce.
Oppure all'interno del segreto che Porto Badisco custodisce - la Grotta dei Cervi, una cavità naturale piena di pitture rupestri, scene di caccia e simboli esoterici, che però è chiusa al pubblico.
Porto Badisco è un'introversa: si direbbe che non si sappia vendere.
Probabilmente in realtà non lo vuole. Magari, in fondo, non desidera essere comprata.
I suoi tesori, i suoi talenti se li tiene per sé.
Un peccato, che il mondo se li perda.
Ma, forse, così diventano ancora più preziosi per chi ha voglia di andarli a cercare.

Porto Badisco

["Vuoi sempre fare quella diversa, tu"
No, non è vero, non lo voglio. E soprattutto non lo faccio.
Solo che a volte lo sono.
Ma non è una scelta. Fa male, spesso, essere diversi.
Però sono quel che sono.
Non posso sforzarmi di essere altro. Non lo vorrei.]

Punta Palascia

Il cielo sta diventando sfumato di colori caldi, la luce si attenua.
Il sole sta tramontando.
L'anello è quasi chiuso, il giro terminato.
L'ultima tappa è Punta Palascìa, con il suo faro.
Il faro è emblema di solitudine, ma anche di controllo.
E' quasi una vocazione.
Siamo a soli 70 km dall'Albania, nelle giornate più limpide la sua costa si riesce a scorgere all'orizzonte. I due mari già si mescolano, ma senza mostrare il contrasto netto, la distinzione di colori che si riesce a vedere a Leuca.
O forse è il contrario - sono diventati una cosa sola.
Un faro è una solitudine.
Ma questo faro è anche un punto di incontro.

Marina Serra

[Il tempo passa e con il tempo passano le cose. Passano ed un po' si svuotano perché arriva la vita a darti significati diversi.
Il vento soffia via polvere e profumi; il sole tramonta ma poi sorge di nuovo - però lo fa su un mare diverso, che non è più uguale in nessuna goccia a quello di ieri.
Ma quello che passa a suo modo resta sempre, perché quello che lascia non è più com'era prima che arrivasse.
C'è un segno - che forse è una cicatrice, forse è un moncherino, forse è un germoglio nuovo che sta spuntando. E che cresce, nutrendosi delle foglie cadute, delle ceneri di ciò che è bruciato.
Imparerà, oppure continuerà ad inciampare fra errori vecchi e nuovi - ma per non essere incompiuti bisogna sbagliare.
E per andare avanti bisogna lasciare andare, sì, ma soprattutto bisogna capire...]

Castro Marina

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