domenica 16 dicembre 2018

San Sebastian, Donostia




Questo è un viaggio che è anche un libro.
È un'ovvietà, credo, dal momento che viaggi e libri sono la stessa cosa, solo che i primi li scrivi e i secondi li leggi - e nei primi trasformi i luoghi in parole, mentre nei secondi fai il contrario.
Ma quando ho deciso di partire per i Paesi Baschi, fregandomene che fosse novembre, fregandomene della pioggia quasi certa, l'ho fatto insieme alle pagine di Fernando Aramburu, che dà il nome di "Patria" a questo angolo estremo del territorio geografico spagnolo, addossato ai Pirenei ed affacciato su un mare impetuoso che è quasi oceano.





Del resto, per me, i libri e i viaggi hanno anche questo in comune: a volte mi chiamano, e, quando lo fanno, prima o poi io devo rispondere al loro richiamo.




San Sebastian è una città che si snoda in verticale: si affaccia sul mare, che nei giorni più arrabbiati la prende a schiaffi - poi si insinua profondo nella terra, diventando quasi un fiume, e lei gli sta attorno.




San Sebastian si chiama anche Donostia, che è il suo nome in lingua basca, e forse è un po' come se fosse il suo cognome prima di sposarsi.
Non è stato un matrimonio liberamente scelto il suo - e quello è il cognome che deve portare, ma è con orgoglio che continua ad affiancarci anche quello che è suo.




San Sebastian alterna eleganza francese, bianca, punteggiata di svolazzi frivoli, curata con abbellimenti in art déco, ad un cuore pulsante di vicoli di pietra, gotico di Spagna, stradine strette in cui si va per perdersi - o forse per trovare qualcosa che ancora non si conosce, che del resto è la stessa cosa.
La Lonely Planet la definisce "vivace", ma non è quel vivace da fiesta, movida, casino - è più un vivace da bellezza, vino, oceano.


Storie da raccontare? Tutti ne hanno. San Sebastian non sempre ne ha voglia, perché la sua è una storia che ha più dolore di altre.
Io ce l'ho con me, fra le pagine di Aramburu, ed è come avere un riassunto di tutte le storie che aleggiano fra le strade di San Sebastian - le strade eleganti e le strade di pietra, e anche quelle che non ho visto.
Un'essenza.


Ma chissà cos'altro c'è: sfaccettature, sfumature, copioni ripetuti.
Non sono storie facili, che si raccontano con piacere a chiunque come un aneddoto ad una cena. Succede, per le storie che giacciono nascoste fra le pagine più difficili della cronaca. C'è quello che finisce sui giornali e sui manuali di storia, e c'è quello che resta in silenzio fra le righe. Che non è solo la lotta o la violenza, o il dolore: c'è anche come cambia la quotidianità drogata dalla diffidenza, come guardi le persone, come decidi le priorità.


Donostia ora è in pace, ma la pace spesso consiste nell'accettare, più che nel superare.
Nell'andare avanti - e, quando le pagine si voltano, rimangono comunque quelle precedenti già scritte su cui si basa il senso di ciò che si sta narrando.
Di tutto quello che è come l'aria: che non si vede, ma c'è.
Si respira. E ti fa respirare.


Il centro storico di San Sebastian è fatto di pietra.
È qui che si chiama Donostia, più che mai.
Sono vicoli stretti e squadrati, che, oggi che sono bagnati dalla pioggia, sembrano silenziosi ed accigliati.


Sono fatti di gotico, qualche chiesa che si nasconde in mezzo a loro, doccioni e rosoni e fanno capolino all'improvviso.
Sono fatti di taverne, lunghi banconi di legno ricoperti di invitanti vassoi stracolmi di pintxos - e la gente in piedi a chiacchierare con un bicchiere in mano.


Hanno due nomi, anche loro, euskadi e castigliano, e all'improvviso si aprono sulla parte più moderna, ariosa, con gli edifici eleganti del barocco francese, le biciclette appoggiate ai lampioni di ferro battuto, i giardini con le foglie ingiallite dall'autunno - oppure, sul mare.


La Playa de la Concha è un nastro dorato, che col cielo plumbeo diventa più bronzeo.
In questo pomeriggio di tardo autunno la marea è bassa, e lascia uno strato luminescente sulla battigia in cui si specchia il cielo e i cani senza guinzaglio rincorrono le onde.


L'elegante passeggiata con i giardini di tamerici e le balconate di ferro bianco la costeggia dall'alto, ma l'oceano è un richiamo e devi andarci vicino.
La sabbia è compatta sotto le suole, c'è un gabbiano che vola e solo il rumore del vento e delle onde. Qualche surfista indossa la muta e risponde al richiamo.
L'isola di Santa Clara e i due promontori ai fianchi della spiaggia la racchiudono in un abbraccio protettivo che è anche un invito - a ciò che è infinito, a ciò che non si conosce, alla possibilità.
Che, del resto, è anche ciò che fa paura.


Il modo migliore per conoscere le città è vederle dall'alto - ed è anche il modo migliore per salutarle. Il Monte Urgull è una salita che si snoda in mezzo ai boschi.
C'è l'odore umido e pesante dell'autunno e la sua malinconia bella e silenziosa.


Fra gli alberi c'è un piccolo cimitero vittoriano abbandonato fra i muschi ed i suoi fantasmi - e ogni tanto si vede l'oceano: l'oceano che si disperde lontano, che si fonde col cielo, che è qualcosa pieno di segreti - e più che storie le sue sono verità, quelle cose che non sono sempre facili, ma che per andare avanti vanno accettate, non c'è scampo.


E, alla fine della salita, c'è di nuovo lei: la spiaggia infinita di bronzo, che prende per mano San Sebastian, o Donostia, le dice che poco importa quale nome sceglierà, perché entrambi sono suoi - e la porta via, verso l'oceano, a sciogliere per un attimo i suoi nodi.
Ed è questo che l'oceano fa: non cancella le cicatrici, le pieghe che proiettano ombre, i pesi che ci si porta appresso come bagaglio a mano.
Si limita ad allentartele per qualche attimo, a sollevarle e fartele scivolare giù dalle spalle come un mantello pesante - e a farti riscoprire come saresti tu, senza. A non farti dimenticare cosa saresti tu, senza.


E a farti ripartire da lì, nonostante l'ombra pesante che hai ancorata alle caviglie.


2 commenti:

  1. leggendo il tuo diario ho avuto l'impressione di essere andato anch'io negli stessi posti. Complimenti
    Alberto 7

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